
Sotto Brezhnev un gruppo di registi italiani riprende senza censure la vita in Ursse e Loznitza con il girato monta un eccezionale doc critico
Imperium, il titolo dello straordinario documentario che sarà proiettato Fuori Concorso il 5 settembre alla Mostra del cinema di Venezia, è mutuato dall’omonimo libro di Ryszard Kapuściński (Feltrinelli, 2013), racconto della babele di lingue e culture rimaste silenti e venute prepotentemente alla luce subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Il regista ucraino Sergei Loznitza, che ha firmato il documentario, vi si è dedicato tra i tanti lavori della sua febbrile attività da regista: l’ultimo, il capolavoro I due procuratori del 2025. Non ha potuto esimersi dal farlo dopo aver visto all’UnArchive Found Footage Fest di Roma nel 2024 le immagini di un gruppo di cineasti italiani, girate in Urss dal 1970 al 1973, che riprendono senza censure la vita dei sovietici, attraversandone le più remote regioni, dai Carpazi al Pacifico.Per la prima volta, tre archivi italiani – Aamod, CSC-Cineteca Nazionale e Luce Cinecittà, che coproduce il doc con Kino Produzioni e Rai Cinema –, hanno messo a disposizione i loro materiali, dopo averli digitalizzati, e Loznitza li ha montati con Audinga Kucinskaite, lavorandoci per un anno e mezzo. «Ogni immagine per me era un miracolo – spiega da Vilnius il regista al Sole 24 Ore –, un viaggio nella mia infanzia, ma nello stesso tempo una cronaca marziana, perché non avevo mai visto un’Unione Sovietica così.
Aspettavo trepidante ogni inquadratura che si rivelava inaspettata, lontanissima dalle riprese dei registi sovietici, soggetti alla censura e alla propaganda. Le immagini dei cineasti italiani hanno un’attenzione particolare alle persone, uno stile libero, senza soggezione verso ideologie o simboli».La troupe, guidata dall’antropologo Diego Carpitella – in cui erano coinvolti a vario titolo anche Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, GiuseppeFerrara, Rudi Assuntino e Gianni Bonicelli –, ha prodotto 482 rulli di pellicola, principalmente super 16mm colore, per un totale di quasi 60 ore di girato, di cui sono in gran parte andate perdute le registrazioni sonore. Ma la mancanza di audio infonde ancora più poesia alle già oniriche distese di neve, a un continente asiatico quasi medievale, in cui la maggior parte delle persone veste abiti tradizionali, alle gare di corsa in sella alle renne ai confini dell’Artico, alle cerimonie religiose ortodosse, alle preghiere buddiste, ai balli folkloristici, ai volti annoiati della gente alle parate di regime, alla donna che spacca il ghiaccio nel fiume per lavare i panni. «È stata la più grande realizzazione cinematografica permessa a registi stranieri in Urss, che in quel periodo era molto vicina al partito Comunista italiano. C’è anche un episodio in cui Togliatti visita una succursale sovietica della Fiat, dove si produceva la famosa Zhiguli».
Accanto alle macchine da presa, c’era sempre un rappresentante del Kgb locale, che forse, vivendo lì, non si rendeva conto di quanto la realtà filmata contraddicesse la leggenda dell’unità dell’Urss. «Quando ho prestato il servizio di leva in Turkmenistan, sul fronte dell’Iran – ricorda Loznitza –, il comandante ci ha salutati dicendoci: “Figlioli, ascoltate, qui l’Unione Sovietica non esiste”. Era il 1987, quattro anni prima del crollo dell’impero sovietico. La sensazione [...]
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