
Per anni abbiamo confuso la complessità con la qualità, come se per essere autorevole una bottiglia dovesse sottoporci un trattato di filosofia. La semplicità, quando è frutto di equilibrio e non di banalizzazione, è una qualità tutt’altro che semplice da raggiungere.
Una volta volevamo un vino “importante”. Oggi, sempre più spesso, ne cerchiamo uno che non ci impegni troppo.
Non è soltanto una questione di gusto. È cambiato il bicchiere, certo, ma soprattutto siamo cambiati noi. E il vino, che ha il brutto vizio di raccontare molto bene la società in cui vive, se n’è accorto prima di tutti.
Per anni abbiamo inseguito il rosso strutturato, potente, preferibilmente barricato. Doveva avere carattere, complessità, persistenza. Doveva lasciare il segno e, magari, far capire a chi ci sedeva accanto che sapevamo riconoscerlo.
Oggi chiediamo più spesso freschezza, bevibilità, leggerezza. Cerchiamo qualcosa di agile, immediato, capace di stare a tavola senza prendersi tutta la scena. Parole che, a pensarci bene, sembrano uscite dal bicchiere e finite direttamente nel nostro modo di vivere.
E non è necessariamente un male, anzi. Per anni abbiamo confuso la complessità con la qualità, come se per essere autorevole una bottiglia dovesse sottoporci un trattato di filosofia. La semplicità, quando è frutto di equilibrio e non di banalizzazione, è una qualità tutt’altro che semplice da raggiungere.
Il problema arriva quando la leggerezza diventa un alibi per non approfondire mai. Perché nel frattempo abbiamo cambiato anche il nostro rapporto con l’attenzione. Leggiamo meno, ascoltiamo meno, ci annoiamo dopo pochi minuti. Se una canzone non ci prende subito, la saltiamo. Se un articolo è lungo, lo lasciamo lì. Se una conversazione richiede concentrazione, qualcuno controlla il telefono. Figuriamoci davanti a un calice.
Anche a tavola cerchiamo spesso la gratificazione immediata. Un sorso piacevole, riconoscibile, senza troppe domande. È la stessa logica del tutto e subito che ormai applichiamo quasi ovunque. [...]

