
La violenza sessuale viene perpetrata in diverse forme: quella più diffusa è il contatto fisico indesiderato delle parti intime
Mentre la vicenda di Giulia Cecchettin si prepara a diventare un film e mentre dalla politica italiana arriva la proposta di abolire il reato di femminicidio, l’Istat ha pubblicato oggi il suo report «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta». E i dati non sono rassicuranti.
Alla sua terza edizione, il rapporto si è concentrato sulla violenza subita dalle donne prima dei 16 anni. Condotto tra marzo 2025 e gennaio 2026, lo studio dichiara di aver utilizzato una «metodologia armonizzata» con l’Indagine europea sulla violenza di genere «Childhood violence and its lifelong impact», condotta da Eurostat (l’ufficio statistico dell’Unione Europea) tra il 2021 e il 2024 e adottata come termine di confronto. L’età del campione preso in analisi è compresa tra i 16 i 75 anni.
La ricerca parte dai numeri relativi agli episodi di sopruso subiti prima dei 16 anni, per poi analizzare il loro legame con la violenza subita in età adulta. Viene data anche particolare attenzione al ruolo della violenza assistita, considerata un «fattore di rischio per l’esposizione ad altre forme di violenza». In più, l’edizione 2026 osserva i soprusi fisici subiti «da parte di qualsiasi autore e alcune forme di violenza psicologica, come le umiliazioni da parte dei genitori», puntualizza l’Istat.
Il 15,3% delle donne italiane, circa 3 milioni di persone, dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima del compimento dei 16 anni. Il dato europeo si ferma all’11,4%, cioè oltre 244 mila donne. Nello specifico, poco meno di 1 milione e 650 mila italiane (l’8,2%) sono state vittima di violenza sessuale.
Anche in questo caso, la percentuale europea è più bassa: 3,4%, quasi 73 mila persone. Rispetto alla precedente indagine Istat, però, il tasso di violenza sessuale infantile nel nostro Paese è calato dal 10,6% al 7,8%, limitando il confronto alla fascia di età 16-70 anni presa in esame nel 2014.
La violenza sessuale viene perpetrata in diverse forme: quella più diffusa è il contatto fisico indesiderato delle parti intime, indicato dal 7,2% delle italiane e dal 2,8% delle straniere.
A livello di età, sono le ragazze tra gli 11 e i 16 anni le più colpite: il 54% delle italiane e poco più del 69% delle straniere. Tuttavia, una quota rilevante di italiane colloca il primo episodio prima degli 11 anni e l’8,2% addirittura prima dei 6.
Il padre o il patrigno è l’autore del 27,3% dei casi di violenza fisica sulle under 16 italiane. Questi episodi tendono a ripetersi più frequentemente nel tempo e giudicati dall’80% delle vittime come «molto gravi».
Anche i parenti, gli amici, i compagni di scuola e i conoscenti figurano tra i responsabili di violenze sessuali o costrizioni a rapporti. Quasi il 23% delle italiane riporta di essere stata toccata da uno sconosciuto.
Anche le donne compiono violenze fisiche, ma in misura ridotta. Le madri o matrigne sono le figure più frequentemente indicate come autrici; seguono le amiche e le compagne di scuola.
Molte donne riferiscono di essere state testimoni di dinamiche di violenza verbale o fisica all’interno del nucleo familiare durante la loro infanzia. Questo fatto rappresenta un forte fattore di rischio, aumentando drasticamente la vulnerabilità della donna e la probabilità di subire altre forme di violenza nel corso della vita adulta.
Esaminando le reazioni agli abusi subiti, l’indagine rileva un alto tasso di silenzio: il 58,4% delle italiane e il 58,3% delle straniere vittime di violenza sessuale prima dei 16 anni dichiara di non averne parlato con nessuno al momento dell’accaduto.
Se le donne decidono di parlare, lo fanno prevalentemente con familiari o parenti (il 29,9%) e meno spesso con amici, compagni di scuola o vicini. Scuola e istituzioni pubbliche vengono considerate raramente come sportello a cui rivolgersi per chiedere aiuto.
«Sono dati che confermano la pervasività e la diffusione della violenza contro le donne nel nostro Paese – commenta la senatrice del Pd e vicepresidente della Commissione Femminicidio Cecilia D’Elia -. È necessario lavorare per tutte e tutti: offrire risorse per saper riconoscere la violenza, poterne parlare con qualcuno, consegnare alle bambine e alle adolescenti gli strumenti per difendersi, ma soprattutto costruire una nuova grammatica delle relazioni fondata sulla libertà».
Anche le parlamentari M5S della Commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere Stefania Ascari, Anna Bilotti, Alessandra Maiorino e Daniela Morfino si sono espresse in merito: «Di fronte a tutto questo, continuare a parlare soltanto di repressione quando la violenza è già avvenuta non basta. La prevenzione non può più aspettare e deve cominciare dall’infanzia. Educazione sessuale e affettiva nelle scuole significa insegnare il rispetto, il consenso, la parità. Significa insegnare a riconoscere i comportamenti violenti e dare alle ragazze e ai ragazzi gli strumenti per chiedere aiuto. Introduciamola subito. Se vogliamo spezzare la catena della violenza, dobbiamo avere il coraggio di intervenire prima che sia troppo tardi. La scuola è uno dei luoghi da cui questa prevenzione deve necessariamente partire».
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