“Wild Horse Nine”, potente commedia nera dal sapore politico

In concorso il nuovo lavoro di Martin McDonagh, regista di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli spiriti dell’isola”

 Che Martin McDonagh fosse una delle penne più affilate del cinema contemporaneo è qualcosa di cui c’eravamo già ampiamente accorti con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli spiriti dell’isola”, ma lo sceneggiatore e regista inglese si è superato con “Wild Horse Nine”, forse il film più importante visto in questi primi giorni della 83esima Mostra di Venezia.

Ambientato in Cile nel 1973, poco prima del colpo di Stato, il film vede protagonisti gli agenti della CIA Chris e Lee, pronti a partire da Santiago per trascorrere una settimana sull’Isola di Pasqua.

Tra le emblematiche statue locali, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso.

Il cinema di Martin McDonagh continua senza dubbio a essere influenzato dalla formazione teatrale e dal lavoro per il palcoscenico dello stesso regista, che lo ha portato a vincere anche in quel campo numerosi premi lungo la sua carriera: i suoi film sono infatti basati su sceneggiature dal ritmo serratissimo e, soprattutto, dall’idea di ragionare su spazi estremamente limitati, in apparenza pieni di libertà ma paradossalmente anche molto claustrofobici.

Non è un caso che abbia scelto ancora un’isola come centro nevralgico della narrazione (ma anche in parte nel suo esordio “In Bruges” o nel già citato “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”), un territorio di scontro tra due nemici-amici che finiscono per mettere costantemente in dubbio l’affidabilità del loro rapporto.

Come ne “Gli spiriti dell’isola” i toni sono in primis quelli della commedia nera, ma sempre con una piega dal sapore politico che in questo caso va ad attaccare soprattutto la storia americana attraverso numerosi riferimenti a ciò che è avvenuto nel corso del ventesimo secolo e al coinvolgimento a stelle e strisce nei confronti della fine della democrazia e dell’inizio della dittatura in Cile.

Se una delle particolarità del film è quella di riuscire a mescolare momenti davvero molto divertenti con altri più commoventi, il merito va anche a un cast abile nel rendere al meglio le tante emozioni che il copione di Martin McDonagh ha costruito: funzionano bene Sam Rockwell, Steve Buscemi e Mariana Di Girolamo, ma è semplicemente da standing ovation l’impressionante prova di John Malkovich nei panni di Chris, un agente della CIA burbero e sofferente, capace di un umorismo fortemente caustico e di slanci emotivi pronti a raggiungere corde profondissime.

Non va inoltre dimenticata una sequenza con Tom Waits, nei panni del fratello di Chris, in questo film che si può anche leggere come un anomalo western privo di vincitori e sorretto unicamente dai vinti.

Non solo il film potrebbe entrare nel palmarès veneziano, ma potrebbe arrivare senza difficoltà a essere tra i favoriti anche ai prossimi premi Oscar.

In lizza per il Leone d’oro c’è anche “Bucking Fastard” di Werner Herzog, un vero e proprio ufo all’interno del concorso veneziano, oltreché un film estremamente coerente con la poetica del grande regista che l’ha diretto.

Al centro della trama ci sono Jean e Joan Holbrooke, due sorelle così unite da parlare all’unisono, amare lo stesso uomo e condividere gli stessi sogni. Persino i loro lapsus sono identici e pronunciati in contemporanea.

Ispirato alla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin di York, note per aver compiuto assieme qualsiasi azione, assurte agli onori della cronaca nel 1980 per via di un’accusa di stalking ai danni di un camionista locale: il film parte proprio da qui, seguendo le due sorelle in un’aula di tribunale per poi diventare soprattutto un loro tentativo di inseguire il vero amore.

La narrazione ha dei passaggi macchinosi e il film gira un po’ a vuoto nella parte centrale, ma ci sono anche guizzi di grande cinema, in cui si possono facilmente ritrovare riferimenti ai capolavori della filmografia di Herzog: da “Fitzcarraldo” (richiamato da una frase relativa al fatto di come ognuno dovrebbe “scavare un tunnel in una montagna”) a “Cave of Forgotten Dreams”, i fan del regista si divertiranno non poco a scovare echi delle sue pellicole del passato (non si può non citare in questo senso anche “La ballata di Stroszek”).

Seppur possa apparire una visione lievemente sbilanciata, il film riesce comunque a volare alto verso la conclusione, in mezzo a delle grotte in cui la cinepresa di Herzog disegna sequenze che rimarranno a lungo impresse al termine della visione.

Da evidenziare l’ottima prova di Kate e Rooney Mara in questa pellicola che, come segnala la didascalia iniziale, è stata dedicata a David Lynch.

Intanto a Venezia, al Teatro Goldoni, si è svolta la consegna dei diciassettesimi Dvf Awards, promossi da Diane von Furstenberg come riconoscimenti a donne leader globali, che rappresentano esempi straordinari di persone capaci di generare un cambiamento reale.

Tra le premiate di quest’anno ha spiccato il nome di Jane Fonda, attrice dalla carriera straordinaria e ampiamente riconosciuta anche per il suo attivismo.

Nata a New York il 21 dicembre del 1937, l’attrice due volte premio Oscar ha sottolineato come negli Stati Uniti stiano combattendo sempre di più per fermare l’autoritarismo: Fonda era già intervenuta pubblicamente negli scorsi mesi in difesa della libertà di espressione, andando esplicitamente a protestare contro le scelte operate dal governo Trump.

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