Oxfam: per ricostruire Gaza servono 71 miliardi. E il timone  ai palestinesi

Nel report “Palestina, tutti i diritti riservati” l’ong stima che per ripartire alla Striscia serviranno 7 volte più risorse di quelle stanziate negli ultimi 20 anni. E Ben Gvir rompe lo status quo alla Spianata delle Moschee

Ricostruire Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari. Sette volte di più che in passato, cioè sette volte di più rispetto alle varie ricostruzioni che già si sono rese necessarie negli ultimi 20 anni.

Una cifra da record, che riflette però solo una parte dell’impatto reale del conflitto scoppiato nel 2023. La ricostruzione del tessuto sociale richiederà generazioni, soprattutto se si considera che il livello di sviluppo umano – in meno di tre anni – si stima sia stato riportato indietro di 77 anni.

È l’allarme lanciato da Oxfam, nell’ambito della campagna “Palestina, tutti i diritti riservati” con un nuovo report, realizzato in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (Mas) e il Palestine Trade Centre (PalTrade).

La proposta per la ricostruzione di Gaza che viene presentata, parte da un presupposto chiave: al timone della rinascita deve esserci il popolo palestinese, non si può fare affidamento sulla beneficenza.

«Qualsiasi Piano per la ricostruzione di Gaza è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra che sarà stanziata, se sarà imposto dall’alto, senza un coinvolgimento delle istituzioni locali, della società civile e degli attori economici. Bisognerà anche partire dal riconoscimento delle responsabilità di Israele, imponendo un’autentica inversione di rotta in ambito internazionale», spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia.

«Quanto successo negli ultimi 20 anni è lampante. Il costo della ricostruzione dopo le guerre del 2008-09, del 2014 e del 2021 ammontava a 10 miliardi di dollari in totale (ai valori attuali), ma ogni Piano è stato soffocato e reso vano dal blocco ininterrotto di Israele, dall’insufficienza di donatori e dal susseguirsi di offensive militari: chi aspettava di tornare a casa dopo l’offensiva del 2014, ad esempio, ha visto andare tutto in cenere sotto le bombe dell’ultima guerra», prosegue Pezzati.

Per impedire che si ripetano gli stessi errori sarà quindi decisivo il ruolo degli Stati terzi e della comunità internazionale, la pressione che eserciteranno su Israele, dentro e fuori dal Board of Peace.

«Per questo, con la campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati», riprende Pezzati «chiediamo con forza al Governo italiano un cambio di linea politica, anche in sede europea, a sostegno di un processo di ricostruzione realmente inclusivo, esteso anche alle aree colpite dal conflitto in Cisgiordania e a Gerusalemme est».

Un appello che chiunque può sostenere, aderendo alla campagna sul sito di Oxfam.

Secondo le stime contenute nel report – basate sui dati di Nazioni Unite, Unione europea e Banca Mondiale – Gaza ha subito danni e perdite economiche per un totale di 57,9 miliardi di dollari. Sarà però necessario stanziarne oltre 71 per sostenerne la ripresa e la ricostruzione nell’arco dei prossimi 10 anni.

In meno di 3 anni sono stati uccisi 73 mila palestinesi, i feriti sono 173 mila e poco meno di 2 milioni di persone sono state ripetutamente sfollate.

Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza.

«Questi dati presentano un quadro che non è frutto del destino», assicura il portavoce Oxfam.

«Sono l’occupazione e il blocco illegali da parte di Israele, insieme all’impunità di cui gode, a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra. Gli stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno precise responsabilità e devono contribuire alla riparazione dei danni. Il rapporto infine mostra come i costi non siano solo economici, perché questa guerra ha cancellato ciò che nessuna valutazione dei danni può quantificare: il sistema di istruzione e culturale, di assistenza pubblica a qualsiasi livello. Inoltre ha inquinato l’ambiente, ha disgregato qualsiasi legame comunitario e tessuto sociale», conclude Pezzati.

Un report che viene diffuso nel giorno in cui Itamar Ben Gvir, il ministro israeliano di estrema destra per la Sicurezza Nazionale – lo stesso dei video delle vessazioni agli attivisti della Flottilla – ha guidato centinaia di ebrei nel complesso della moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme, violando lo status quo decennale del sito.

Filmati dell’Afp hanno mostrato Ben Gvir e centinaia di altri fedeli nel complesso di Al-Aqsa, inclusi coloni israeliani che si erano messi in fila dalle prime ore del mattino per entrare nel sito. Molti ebrei hanno anche recitato preghiere sulla Spianata delle Moschee.

La visita è coincisa con Tisha B’Av, il giorno di digiuno ebraico che commemora la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Quest’anno viene osservato dalla notte di mercoledì a tutto giovedì, con gli ebrei che digiunano per circa 25 ore. Oltre alla distruzione dei templi, il giorno è tradizionalmente legato a una serie di calamità che si dice abbiano colpito il popolo ebraico in date simili o vicine nel corso della storia.

«Guardate cosa sta succedendo qui, gli ebrei stanno pregando e sentono di essere i legittimi proprietari qui», ha detto Ben Gvir in un video girato nel complesso e pubblicato sul suo canale Telegram.

«Tutti capiscono che lo Stato di Israele è l’autorità sovrana. C’è ancora molto da fare, e con l’aiuto di Dio, continueremo ad andare avanti».

Situato a Gerusalemme est, annessa unilateralmente da Israele, il complesso è venerato come il terzo sito più sacro dell’Islam e, contemporaneamente, come il luogo più sacro del Giudaismo, dove un tempo sorgevano i due antichi templi.

L’accesso è regolato da un accordo di “status quo” decennale tra Israele e la Giordania, la cui fondazione religiosa amministra il sito. In base a tale accordo, gli ebrei possono visitare ma non è loro permesso pregare lì, mentre il culto musulmano dovrebbe continuare ininterrotto.

Da quando è entrato nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, Ben Gvir ha visitato più volte la Spianata delle Moschee, in diverse occasioni accompagnando le sue apparizioni con messaggi politici rivolti contro i palestinesi. Le sue iniziative sono state spesso considerate una provocazione in grado di alimentare tensioni soprattutto dopo l’inizio della guerra a Gaza.

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