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Rugby, Sei Nazioni al via: l’Italia chiamata a una conferma
Venticinque anni di Sei Nazioni. Dal 2000, quando l’Italia si aggiunse a quelle squadre che, fino a pochi anni prima, sembravano irraggiungibili. Invece il torneo più antico e prestigioso del mondo, che comincia a metà inverno e finisce all’inizio della primavera, ci accolse. E gli Azzurri, per sembrare subito all’altezza, esordirono – quel sabato 5 febbraio – ospitando e battendo la Scozia. La stessa Nazionale che troveremo domani a Murrayfield, Edimburgo, per la prima giornata del Sei Nazioni 2025.
Un quarto di secolo, quello dell’Italrugby, caratterizzato da un numero di rovesci decisamente superiore a quello dei successi. Si poteva e si doveva ridurre progressivamente il gap con quei XV da leggenda. Si è andati avanti con progressi seguiti da retromarce, stagioni che lasciavano intravedere l’inizio di un tracciato virtuoso che poi non è stato seguito.
Ed eccoci di nuovo a sperare, a cercare una conferma sulla scorta di una edizione 2024 del torneo che non è stata la migliore se si guarda al piazzamento finale – un quinto posto, mentre nel 2007 e nel 2013 era arrivata la quarta piazza – ma ha regalato per la prima volta un bilancio in pareggio in termini di risultati: due vittorie (in casa proprio contro gli scozzesi, a rompere un digiuno casalingo che durava da 12 anni, e in trasferta contro il Galles), un pareggio esterno (davanti alla Francia), due sconfitte (dall’Inghilterra a Roma e dall’Irlanda a Dublino, nell’unico match davvero senza storia).
Il ct argentino Gonzalo Quesada, che l’anno scorso di questi tempi stava per debuttare alla guida della Nazionale, affronta la nuova sfida all’insegna della consapevolezza, che si tratti del valore dei suoi, delle insidie che ogni avversaria può portare, di qualche difficoltà in più rispetto a quelle con cui devono fare i conti gli altri.
«Non tutte le squadre – spiega – hanno avuto lo stesso tempo per preparare il torneo. Da due settimane Inghilterra, Irlanda e Francia hanno tutti gli uomini a disposizione, mentre Scozia e Galles hanno tenuto insieme il 90% della squadra. Per noi è stato più difficile, perché abbiamo diversi giocatori che sono stati impegnati con i loro club anche nello scorso fine settimana. Ad ogni modo giudico che la preparazione per andare a giocare in Scozia sia stata sufficiente, e siamo focalizzati su ciò che dobbiamo fare: se l’anno scorso abbiamo mantenuto un Dna offensivo cambiando modo di difendere e di uscire dalla nostra metà campo, aggiungendo via via qualche opzione, adesso si tratterà soprattutto di padroneggiare meglio il nostro gioco». Eppure non è azzardato aspettarsi qualche altra novità.
Fonte: Il Sole 24 Ore