
Dai banchi ai rosè e alle bollicine, ma perché no anche i rossi: basta affrontarli con lo spirito giusto nell’occasione giusta, senza approcci ideologici
Ogni estate, insieme al caldo, tornano anche gli esperti di vino. Puntuali come le zanzare, ci ricordano cosa si può bere e cosa no: il rosso è proibito, le bollicine solo per festeggiare, il rosato è un vino a metà e il ghiaccio nel bicchiere meriterebbe l’intervento dell’Onu.
La verità è molto più semplice: d’estate il vino dovrebbe essere meno ideologico e molto più piacevole.
Partiamo da un grande classico: il Vermentino. Sa di mare anche quando il mare è a duecento chilometri. Agrumi, macchia mediterranea, una bella vena sapida e quella capacità di far sembrare intelligenti perfino gli spaghetti alle vongole. O una grigliata di pesce. O quella cena improvvisata che fino a cinque minuti prima doveva essere “solo un aperitivo”.
Il Pinot Bianco è uno di quei vini che non sentono il bisogno di fare i protagonisti. Elegante, fresco, equilibrato. Sta benissimo con una caprese, con il pesce, con le verdure, con un’insalata di pollo. Non alza mai la voce ma, quando la bottiglia finisce, c’è sempre qualcuno che chiede: “Ma cos’era?”.
Il Verdicchio è uno dei bianchi più sottovalutati che abbiamo. Fresco, sapido, con una bella personalità e una capacità rara di stare a tavola. Sushi, tartare, crostacei, risotti delicati ma anche una semplice mozzarella con i pomodori: è difficile coglierlo in fallo.
L’Etna Bianco continua a fare una magia tutta sua. Nasce in Sicilia ma spesso viene scambiato per un vino del Nord, tanto è teso e verticale. La dimostrazione che il vulcano produce molto più di belle fotografie.
Il Fiano è per chi cerca un bianco con un po’ più di spessore. Accompagna senza problemi un tonno scottato, una pasta ai frutti di mare o un pollo alle erbe aromatiche. Tradotto: quando la cena si fa seria, lui non si tira indietro.
Capitolo rosati. Continuano a essere vittime di uno dei pregiudizi più incomprensibili del vino italiano. C’è ancora chi li considera una via di mezzo. In realtà sono una categoria con una personalità precisissima e, d’estate, tra le più versatili. Prosciutto e melone, poke, cous cous, pizza, cucina asiatica: sembrano avere sempre la risposta giusta.
Tra tutti, il Cerasuolo d’Abruzzo merita una menzione speciale. Ha carattere, freschezza e una versatilità che gli permette di passare dal brodetto di pesce ai salumi con una naturalezza quasi irritante. È uno di quei vini che andrebbero bevuti molto più spesso e spiegati molto meno.
Poi arrivano le bollicine. E qui bisogna chiarire un equivoco nazionale: sono state inventate per essere bevute, non per aspettare le feste comandate. Un buon Metodo Classico italiano con pesce crudo, ostriche, fritti o anche una ciotola di patatine fatte in casa è una delle poche certezze che vale la pena difendere.
Anche il Prosecco, ogni tanto, meriterebbe di essere giudicato per quello che c’è nel bicchiere e non per il numero di aperitivi che gli sono passati accanto. Quando è fatto bene è floreale, immediato, piacevole. Non tutto ciò che piace a tanti deve, per forza, piacere poco agli esperti.
Infine, lasciatemi spezzare una lancia in favore dei rossi estivi. Sì, esistono. Basta scegliere quelli giusti. Un Rossese di Dolceacqua, una Schiava altoatesina o un Pinot Nero giovane, serviti con qualche grado in meno, possono regalare più soddisfazioni di tanti bianchi bevuti troppo caldi. E no, venti minuti in frigorifero non sono un crimine contro l’enologia. Sono semplicemente buon senso.
E già che siamo in vena di confessioni, ne aggiungo un’altra. Col caldo non mi scandalizzo davanti a un vero spritz di acqua e vino. Non annacquo il vino: miglioro l’acqua, che da sola sa di ben poco.
Il vino non serve a fare i sofisticati. Serve a stare insieme e a farlo stando bene. Gli integralisti del calice perfetto possono aspettare settembre. L’estate è troppo corta per berla con il broncio.