
Da gennaio la distanza accumulata tra retribuzioni e prezzi è risalita da 7 a 9,7 punti percentuali e le intenzioni d’acquisto calano del 2,7%
Quattro mesi di guerra in Iran hanno cancellato due anni di recupero nelle buste paga italiane. A gennaio la distanza accumulata dal 2021 tra prezzi e retribuzioni era scesa a sette punti percentuali, a luglio è tornata ai livelli di maggio 2024: 9,7 punti. In cinque anni i prezzi sono aumentati del 22,7%, i salari dei lavoratori dipendenti del 13%.
La fotografia è dell’Osservatorio Findomestic che confronta l’andamento dei prezzi con le retribuzioni dei dipendenti (corrispondenti a quasi l’80% degli occupati).
Il recupero interrotto
Il punto più basso era stato raggiunto nel dicembre 2022, quando la forbice tra salari e inflazione aveva toccato 13,4 punti. Da allora i rinnovi contrattuali e il rallentamento dei prezzi avevano ridotto parte della perdita. A gennaio 2026 la direzione sembrava favorevole; poi la guerra, le difficoltà nei traffici attraverso lo stretto di Hormuz e una nuova corsa delle materie prime energetiche.
Nel primo trimestre il reddito disponibile delle famiglie italiane era aumentato dell’1,6% rispetto ai tre mesi precedenti; il potere d’acquisto calcolato dall’Istat era salito dello 0,8%; la propensione al risparmio era cresciuta fino all’8%.
Un quadro problematico
Poi l’inflazione è tornata a salire; a giugno è stata del 3%, trainata dall’aumento, su base annuale, degli energetici regolamentati (9,2%) e non regolamentati (13,3%). I rincari sono pesati di più nelle famiglie più in difficoltà; nel complesso del secondo trimestre l’inflazione è stata del 3,7% per le famiglie con i livelli di spesa più bassi e del 2,6% per quelle che spendono di più. Questo si spiega con il peso maggiore che chi ha meno risorse destina a energia, alimentari e beni di prima necessità.
«Soltanto per tre famiglie su dieci il potere d’acquisto è rimasto invariato rispetto al 2021», dice Alex Papi, economista di Findomestic. Per il 61% è diminuito: «Gli italiani avvertono correttamente l’aumento dei prezzi che, in pochi mesi, ha eroso due anni di recupero».
Negativi anche i dati sulla percezione della situazione economica: «Per quattro famiglie su dieci il quadro resta problematico», aggiunge Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic. «Ferma anche la capacità di risparmio: un obiettivo centrato da sei famiglie su dieci, ma ancora un’utopia per le altre quattro».
Le vacanze rimangono una priorità
A luglio le intenzioni d’acquisto per i prossimi tre mesi sono diminuite complessivamente del 2,7%. Non tutto arretra nello stesso modo: il 59% degli intervistati pensa di acquistare dei viaggi, 2,4 punti in più rispetto a giugno. Seguono i piccoli elettrodomestici, al 36%, e le attrezzature per il fai da te, al 33%.
Gli impegni più grandi e più facili da rinviare subiscono la contrazione: le intenzioni di ristrutturare casa scendono al 13%, con un calo di 3,8 punti; gli infissi perdono 4,5 punti e si fermano all’11%; mobili, telefonia, attrezzature sportive e mezzi per la mobilità leggera arretrano.
Il rincaro dell’energia stimola tuttavia alcune intenzioni di acquisto: gli impianti fotovoltaici e solari termici salgono al 10%; caldaie a condensazione o a biomassa aumentano di 2,5 punti; le pompe di calore raggiungono il 9%.