A 17 anni dal sisma, la città è vitalissima: da vedere l’«Ecce Homo» di Antonello da Messina, la mostra di Raffaello e quella di Ai Weiwei

Qualche infinitesimale goccia di sangue vale il viaggio fino all’Aquila, Capitale italiana della Cultura 2026. Davanti alla piccola tavola dell’Ecce Homo di Antonello di Messina, da poco acquistata dallo Stato italiano per 12,5 milioni di euro, la meraviglia si fa silenzio, il dolore qualcosa di umanissimo. L’opera opistografa (dipinta su entrambi i lati) è entrata a far parte delle collezioni del MunDA, il Museo nazionale d’Abruzzo, ed è forse la perla delle perle di quest’anno speciale per la città, che, già dopo il sisma del 6 aprile 2009, si è aggrappata alla cultura e alla bellezza per cercare la rinascita.

Siamo ai piedi del Gran Sasso che sorveglia da vicino edifici e umani, speranze e attese: il Castello cinquecentesco, in parte restituito alla città e riaperto lo scorso dicembre, ospita reperti archeologici dal sito di Amiternum e capolavori dal Medioevo al Rinascimento. In mezzo a tanta arte, anche il capolavoro di Antonello, con ogni probabilità, una tavoletta per la devozione privata visti i soggetti e le dimensioni: sul recto, il volto di Cristo presentato al popolo dopo la flagellazione, gli occhi socchiusi, quelle poche gocce di sangue che ne fotografano la sofferenza e l’umanità. Non è Cristo, ma ogni uomo e donna che soffre ovunque nel mondo. Sul verso, San Girolamo inginocchiato in un paesaggio desertico, mentre prega davanti a un crocifisso infisso nella roccia. I corridoi immensi, la pietra bianca e la luce invadente portano verso la mostra «La Visitazione all’Aquila», fino al 27 settembre 2026. Per la prima volta, dopo oltre tre secoli e mezzo, torna in città dal Prado di Madrid la Visitazione che Raffaello realizzò nel 1517-19 ca. su commissione della famiglia Branconio per la cappella della Visitazione nella chiesa di San Silvestro. Maria ed Elisabetta sono scultoree e si scambiano sguardi e sussurri dolcissimi, come nella tela di Jacopo Pontormo (1528-30 ca.) che viene dalla chiesa di San Michele Arcangelo di Carmignano (Prato) e che dialoga con Raffaello e con alcuni di disegni di Giulio Romano e di Biagio Pupini, uniti da stilemi simili nel definire il canone della Visitazione.

Dal MunDA, il centro storico è vicino: ormai, il 96% degli edifici pubblici è stato restaurato mentre quelli privati sono fermi al 60%, ma il sole fiorisce sulla pietra e l’aria è frizzante, non solo per la brezza che scende, piacevole, dal Gran Sasso. In queste giornate estive, le vie sono piene di gente e quasi scolorano i ponteggi che ancora sorreggono alcune strutture. Le tante gru nel blu parlano di futuro, di una città in cammino, che può trarre ispirazione anche dalla mostra «Aftershock» di Ai Weiwei, allestita al MAXXI fino al 20 settembre 2026. Palazzo Ardinghelli, voluto dall’omonima famiglia fiorentina che in città commerciava lane fin dal XVI secolo, è la migliore fotografia del post-terremoto: la pietra brilla nel sole, le scalinate in marmo bianco ricordano la gloria che fu e le opere dell’artista dissidente cinese sembrano a misura dell’Aquila, soprattutto quelle nate dopo il sisma del 2008 a Sichuan. Allora, Ai Weiwei creò Straight con 150 tonnellate di tondini d’acciaio recuperati clandestinamente dagli edifici e poi raddrizzati. Oggi, 40 di quelle tonnellate sono state riallestite all’Aquila: la disposizione in linee parallele ricorda insieme gli strati geologici e quei traumi chiamati faglie. Osservare i tondini arrugginiti e alzare lo sguardo oltre le finestre fino alla Chiesa di Santa Maria Paganica, ancora sorretta dai ponteggi, è l’oggi dell’Aquila, la ferita non si cancella ma la cura si chiama pianificazione, fondi, impegno: «Negli anni 80 questa era la Salisburgo d’Italia – ricorda Elisa Cerasoli del MAXXI – e la cultura è il nostro destino basta guardare quante sono le realtà attive, l’Accademia di belle arti, la Sinfonica abruzzese, l’Orchestra sinfonica e quella da camera, tredici cori amatoriali, la scuola di alta formazione Gssi, Gran Sasso Science Institute».

Dal passato al presente, la bellezza è guida e destino tanto che, in questi mesi, gli eventi legati alla Capitale della Cultura e quelli dei Cantieri dell’Immaginario sono energia per proseguire la strada con fiducia e determinazione. La pietra dei palazzi, quella degli sdruccioli – le scalinate che portano verso valle –, sono impronta di tenacia e resistenza come si può vedere alla basilica di Santa Maria di Collemagno, luminosa dopo il restauro. Qui, il 29 agosto 1294, Pietro da Morrone viene eletto papa con il nome di Celestino V ed emana la Bolla pontificia (conservata in città, nel caveau della Banca d’Italia) con la quale concede l’indulgenza plenaria a chiunque, confessato e pentito, entri in basilica, anticipando così l’istituzione del Giubileo voluto nel 1300 da Bonifacio VIII. Per ricordare la Bolla e l’indulgenza, dai vespri del 28 agosto a quelli del 29, si svolge ogni anno la Perdonanza Celestiniana, molto più di un evento religioso. C’è il passato condiviso e soprattutto la pace negli occhi e un gran senso di identità.

Quella che risuonerà il prossimo novembre al Teatro comunale: «Questo luogo – spiega il sindaco Pierluigi Biondi – è la nostra anima profonda: non c’è forse restituzione più importante». Dopo 14 milioni di fondi pubblici, dopo anni di fatiche, il cantiere si sta chiudendo: proprio in questi giorni, sono lucidati i pavimenti in seminato, installate le sedute (capienza di 560 posti) e i velluti rossi: «Il cronoprogramma non ci lascia margini, non c’è tempo da perdere ma sono sicuro che ce la faremo», dice orgoglioso Mario Pelliccione, capo dell’impresa che sta realizzando il recupero. E ci accompagna fra palchi e platea. Il capolavoro, tra passato e futuro, è il sottotetto: travi originali di decine di metri in castagno che reggono da secoli e tiranti in acciaio del nuovo millennio per dare stabilità all’edificio. Ma forse lo spazio più commovente è la Sala Rossa. Era il foyer del teatro, il terremoto l’aveva sbriciolato e ora quella volta è stata ricostruita. Rimangono solo tre lacerti degli affreschi originali ma i cassoni con tutti i frammenti raccolti nel 2009 sono tempo ruvido che può ridiventare bellezza. Ferocia che si farà purezza e gioia. Scriveva un anonimo del XV secolo, i cui versi sono riportati a Porta Bazzano: «L’Aquila bella may non pò perire / chè Dio la fece ben franca e secura, / beldissima e ben ripiena d’ardire, / la qual vola sopr’onde altura». Le pietre sepolte sbocciano alla vita perché sono l’anima che inseguiamo.

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