
Secondo l’analisi pubblicata su Nature, l’evento potrebbe superare con ampio margine tutti gli El Niño osservati negli ultimi 150 anni e, sommato al riscaldamento globale, spingere le temperature del 2027 verso un nuovo record.
Si chiama El Niño. È un fenomeno naturale. Sposta calore dall’oceano all’atmosfera, modifica i venti, riscrive le piogge. Quest’anno arriva su un pianeta già caldo. Troppo caldo.
In un articolo pubblicato su *Nature*, l’oceanografo Carlos García-Soto descrive una Terra «termicamente satura». Gli oceani hanno accumulato enormi quantità di calore. Ecosistemi, agricoltura e infrastrutture sono già sotto pressione. Il rischio nasce quindi dalla sincronizzazione: siccità, incendi, alluvioni, crisi alimentari e danni economici che si presentano insieme, senza prendere il numeretto.
È da qui che va letto l’ultimo articolo di *Nature*, secondo cui l’El Niño in formazione nel Pacifico potrebbe diventare il più intenso osservato in almeno 150 anni.
El Niño è un fenomeno naturale. Esisteva molto prima delle automobili e delle centrali a carbone. Si verifica in media ogni 2-7 anni, modificando i venti e portando a forti cambiamenti del tempo in tutto il mondo, In condizioni normali, gli alisei spingono verso ovest le acque calde del Pacifico equatoriale. Quando questi venti rallentano, il calore torna verso il Pacifico centrale e orientale.
Le simulazioni climatiche indicano che la temperatura superficiale del Pacifico tropicale potrebbe superare di circa 0,8 °C il precedente record, registrato durante l’evento del 2015-2016. Otto decimi sembrano pochi ma per il clima sono una spinta enorme. Immaginate una vasca da bagno inclinata. L’acqua si accumula da una parte. Poi la vasca torna in piano e l’acqua si sposta rapidamente nella direzione opposta.
Secondo Nature, la NOAA stima all’80% la probabilità che l’evento diventi molto forte entro la fine del 2026. Le condizioni potrebbero durare almeno fino alla primavera del 2027. Gli scenari più estremi ipotizzano un’anomalia di circa 3,6 °C nelle acque del Pacifico tropicale usate per misurare El Niño. Non significa che l’intero pianeta si scalderà di 3,6 °C. È un dato regionale.
Per la temperatura media globale, alcune simulazioni indicano invece che il 2027 potrebbe arrivare a circa 1,7 °C sopra i livelli preindustriali. Sarebbe un picco annuale, non il superamento definitivo dell’obiettivo di 1,5 °C fissato dall’Accordo di Parigi. Ma sarebbe un segnale difficile da ignorare. La febbre di una sera non racconta tutta la malattia. Però dice che il paziente non sta bene.
Resta un punto: il record non è ancora certo. I modelli sono concordi su un evento molto intenso, ma venti, correnti oceaniche e distribuzione del calore possono ancora modificarne la traiettoria.
Le conseguenze economiche, però, potrebbero essere pesanti. L’El Niño del 1997-1998 avrebbe prodotto perdite cumulate per migliaia di miliardi di dollari negli anni successivi. Per l’evento attuale, alcune stime citate da Nature arrivano fino a 10.000 miliardi di dollari entro il 2032.
Sono modelli, non fatture già emesse. Ma ricordano che i danni climatici continuano anche dopo la fine dell’evento: nei raccolti persi, nelle infrastrutture distrutte, nei prezzi e negli investimenti rinviati.
Un El Niño molto forte potrebbe inoltre ridurre temporaneamente la capacità di oceani e foreste di assorbire anidride carbonica e aumentare il rischio di sbiancamento dei coralli.
Un evento estremo può essere gestito. Molti shock contemporanei possono mettere in crisi l’intero sistema. Il problema non è solo quanto si scalderà il Pacifico. È quanto margine resta a un pianeta che affronta il prossimo El Niño con gli oceani già caldi e le difese progettate sul clima di ieri.
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