Il sole di notte a 5.000 euro l’ora: il business dei satelliti specchio che cancella il buio

La startup californiana Reflect Orbital ottiene il via libera per testare specchi orbitanti in grado di riflettere la luce solare sulla Terra quando è notte. Promette energia solare 24 ore su 24 e illuminazione on-demand, ma scienziati e ambientalisti lanciano l’allarme: senza regole internazionali si rischia il caos orbitale e il tilt dei ritmi circadiani

Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero nel sedicesimo secolo, divenne famoso per la celebre frase a lui attribuita: «Sul mio regno non tramonta mai il Sole», dato che aveva possedimenti in varie parti del mondo e quando il Sole tramontava in Europa sorgeva nelle sue terre in Centro e Sud America.

Fra poco ognuno di noi, con una spesa abbordabile, potrà forse fare il verso a Carlo V per qualche minuto, dato che la FCC Usa, la Commissione Federale delle Comunicazioni, ha dato il via libera a un’innovativa sperimentazione di una rampante start-up: la Reflect Orbital di Hawthorne, California.

I piani sono questi: mettere in orbita, a circa 640 chilometri, un satellite dallo strano nome, dovuto a Tolkien, Eärendil 1, che porta uno specchio di 18 metri con il quale verrà riflessa, dallo spazio, la luce solare sulla Terra, lì dove è già notte. Secondo gli imprenditori, con questa luce on-demand si potranno alimentare fattorie di celle solari la notte, quindi 24 ore al giorno, illuminare cittadine o parchi per manifestazioni, illuminare aree colpite da gravi incidenti o catastrofi.

Come di prammatica in questo periodo, la giovane impresa ha già annunciato che, se tutto andrà al meglio, verrà inviata nello spazio, in orbita bassa, una costellazione di migliaia di satelliti specchi, fino a 50.000. Le misure saranno differenti e i più grandi potranno essere di più di 50 metri di diametro. La luce riflessa da questi ultimi, secondo i promotori, sarà l’equivalente di quella di 100 lune piene.

Per quanto focalizzata in aree rotonde e anche limitate, 5 chilometri il minimo, potrà avere intensità di illuminazione crescente, a seconda di quanti satelliti il cliente desidera convogliare sull’area per i suoi scopi. Costi: 5.000 euro minimo per un’ora e abbonamenti da 1.000 ore. Un’ora quindi possiamo magari permettercela una volta; per far cosa è da definire.

Il sito e la presentazione della Reflect Orbital sono espliciti: sappiamo che creerà problemi a qualcuno, dicono onestamente, ma pensate ai vantaggi. Non hai bisogno di infrastrutture a terra, vero; è facilmente configurabile, vero; in agricoltura estendi le stagioni, forse vero ma non si capisce se desiderabile; si potrà lavorare 24 ore al giorno, specie nel settore edilizio, e su questo qualcuno potrà avere anche da ridire. Promettono poi di lasciare qualche zona libera per chi volesse ancora guardare o studiare il cielo.

In questo si vede un primo problema, gravissimo. La situazione internazionale, che nessuno pare al momento voler cambiare, è incredibile: oggi posso accumulare finanziamenti per occupare quasi militarmente il cielo, mi basta la licenza del mio ente nazionale, in questo caso americano, e poi chiunque può andare a illuminare a giorno un’area di terreno dall’altra parte del mondo, per un qualunque scopo.

Oltretutto il monopolio del cielo si avvicina, perché oramai di satelliti non ce ne stanno tanti altri: le orbite sono come strade in cui, se mettiamo troppe auto e camion a circolare, prima o poi si scontrano. Ma nello spazio gli effetti a catena sono disastrosi, dato che i pezzi di satelliti che escono dagli scontri non si fermano come sulla Terra, perché non c’è attrito nello spazio e diventano proiettili micidiali.

I piani, quasi tutti americani, di queste costellazioni non hanno bisogno di un accordo generale o di seguire regole comuni. Con le frequenze radio, un altro bene comune limitato, ci si accorse subito che sarebbe stato il caos totale se non ci si fosse accordati e non si fosse messo in piedi subito un ente internazionale, per dare i permessi di utilizzo di frequenze ben definite, secondo regole condivise. Fu così che, per fortuna, nacque l’ITU, Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.

Con lo spazio è dura, dato che l’Ente nazionale americano, la citata FCC, non pensa sia il caso di applicare allo spazio norme già adottate sulla Terra, ad esempio di tipo ambientale. Il cielo, per la FCC, non è un ambiente naturale di cui fruire con cura, ma è a disposizione di chi se lo piglia.

Il tutto può sembrare molto bello e promettente in prima battuta, ed è effettivamente innovativo, ma pensiamo alle proteste che sono già arrivate: dagli astronomi americani stessi, dai piloti di aereo, da chi si occupa di ritmi circadiani, l’orologio biologico interno che regola le funzioni dell’organismo in cicli di circa 24 ore e dei cicli di luce e buio di esseri umani, animali e piante. Ed è solo l’inizio. Si pensi allo spreco di denaro pubblico, non solo in attrezzature scientifiche del costo di miliardi, in prima battuta, ma poi per rimediare ai danni sull’ambiente terrestre, compresa la salute umana, l’agricoltura e la fauna selvatica. E questo lo ha ammesso perfino Roohi Dalal, direttrice delle politiche pubbliche della Reflect Orbital.

Il punto non è demonizzare questo progetto o altri, ma trovare un modo comune per gestire i problemi che possono derivare dalle tecnologie spaziali, come fu fatto per le frequenze radio televisive.

Non è la prima volta, comunque, che qualcuno pensa di riflettere la luce del Sole sulla Terra di notte. Nel 1993 un satellite russo con uno specchio di circa 25 metri di diametro ha riflesso brevemente un fascio stretto di luce solare sul nostro pianeta, per un esperimento che voleva prolungare le ore di luce nella Siberia artica. Tuttavia, i russi abbandonarono il progetto una decina di anni dopo, anche per costi e complessità, e non ebbe seguito.

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