Il terrapieno, ancora in costruzione, ha già la lunghezza di 23 chilometri sui 59 che delineano il confine con la Striscia
Per garantire la sicurezza dell’esercito israeliano, la linea gialla che imprigiona la popolazione di Gaza in una stretta fascia costiera diventa una barriera di terra.
Lo hanno ammesso le Idf, in seguito alla richiesta fatta da Associated Press dopo aver visionato le immagini satellitari.
Secondo i media israeliani, il terrapieno avrebbe già la lunghezza di 23 km, sui totali 59 che delineano il confine tra la Striscia e Israele.
Oltre alla barriera fisica, inoltre, l’esercito ha dichiarato di aver creato una zona di sicurezza dotata di risorse di intelligence e tecnologie, volta a «prevenire le infiltrazioni e proteggere le truppe e le comunità israeliane intorno alla Striscia di Gaza».
Un elemento che allontana ulteriormente la possibilità dei gazawi di tornare in possesso delle proprie terre e rende più improbabile la natura “temporanea” della linea stabilita dall’accordo di pace di Donald Trump.
Lo stallo dei lavori del Board of Peace e del Centcom su Gaza, dunque, favorisce l’aumento del controllo di Israele sulla Striscia, a danno di una popolazione già stremata dopo due anni e mezzo di guerra, distruzione, vittime civili e sfollamento forzato. Dopo la marcia che domenica ha visto migliaia di persone, sostenute da una parte del governo israeliano, dirigersi verso la Striscia con l’intenzione di ricolonizzarla, poi, il rischio che alla popolazione venga impedito di tornare a casa si fa più reale.
Nonostante l’accordo di pace le violenze continuano. «Negli ultimi giorni – ha dichiarato il portavoce dell’Alto Commissario Onu per i diritti Umani, Thameen Al-Kheetan, l’esercito israeliano ha intensificato i suoi attacchi nella Striscia , uccidendo e ferendo decine di palestinesi» tanto che «nove mesi dopo l’annuncio del cessate il fuoco, ancora oggi nessun luogo è sicuro per i palestinesi».
La giornata di oggi 21 luglio lo dimostra: almeno 11 morti per gli attacchi israeliani. Una intera famiglia di sei persone -madre, padre e quattro bambini – è morta bruciata nella propria casa a Gaza City per un raid aereo. L’esercito israeliano ha dichiarato che il suo obiettivo era un militante di Hamas e che sta ancora indagando sulle conseguenze dell’attacco.
Altre tre persone sono morte in un altro raid nei pressi della sede della Società della Gioventù Musulmana in una zona centrale della città, mentre altre due sono state uccise ad al-Zahraa, al centro della Striscia, per l’attacco contro un’automobile. Un incremento delle violenze contro i civili denunciato dall’Onu, che segnala che nella solo nella settimana dal 13 al 20 luglio «l’esercito israeliano ha ucciso 57 palestinesi, tra cui sei bambini ed otto donne», ricordando che «secondo il diritto internazionale, attaccare deliberatamente i civili è un crimine di guerra».
Sempre difficile la situazione dei palestinesi nei territori occupati. Tre persone sono state ferite in un attacco di coloni nella cittadina di Raba, a est di Jenin, mentre un altra è stata ferita dall’esercito israeliano in un raid ad Abu Dis, a sud est della Gerusalemme occupata.
E mentre la Corte Suprema israeliana scrive che «chiunque definisca lo Stato di Israele uno Stato di apartheid non dovrebbe entrare in Israele», le Idf istituiscono una zona militare chiusa e di fatto emettono un ordine di divieto di accesso al bagno esterno di una casa palestinese nei pressi di Hebron, perché una roulotte di coloni che si è stabilita nelle vicinanze ha piantato un’altalena tra il bagno e la casa dei palestinesi.
La famiglia locale, che vive con 14 congiunti nell’abitazione, è costretta dunque a usare i bagni del centro comunitario o a chiedere ospitalità ai vicini. Lo stesso ordine militare limita anche l’accesso al loro ovile adiacente, possibile solo in presenza dei militari ogni 3 o 4 giorni.
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