Scienza, il convitato di pietra è l’eccellenza della Cina

Il Paese del Dragone Rosso spicca per le tecnologie spaziali e per le scienze applicate. Eppure l’Occidente tende a sottovalutare il suo ruolo

Una settimana fa la Cina è riuscita in una notevole impresa spaziale: il booster, la parte inferiore, di un razzo Lunga Marcia 10B lanciato pochi minuti prima, è rientrato verso terra finendo la corsa su una piattaforma galleggiante nel Mar Cinese Meridionale. Una manovra perfetta: il booster ha rallentato, si è diretto verso il centro della struttura, quasi fermandosi, ed è stato assicurato con una rete di cavi, quasi preso al lazo. Verrà riusato, come da tempo fa SpaceX con i suoi Falcon 9. È un passo importante per la Cina, che ormai tallona molto da vicino gli Stati Uniti in campo spaziale e nella nuova corsa alla Luna. Non serve direttamente per arrivare al nostro satellite, ma è una dimostrazione del livello tecnico raggiunto.

La Cina, con le sue università piene di ricercatori e le industrie di Stato e private – per quanto significhi questa distinzione – è ormai una delle principali potenze mondiali nella scienza e nella tecnologia, e realizza anche progetti che in Occidente si discutono da anni. Eppure, qui è poco considerata: non solo nei media, ma anche nelle citazioni dei lavori dei ricercatori cinesi. Questo è il punto importante da capire: perché noi occidentali facciamo così? È snobismo, senso di superiorità “storico”, paura del confronto?

Per rafforzare la domanda bastano pochi esempi, senza nessuna pretesa di completezza. Oltre ai successi in campo spaziale – con sonde su Luna e Marte e una seconda stazione orbitale – la Cina ha il rivelatore di raggi cosmici ad altissima energia più sensibile al mondo, completato nel 2021 sull’altopiano tibetano; il radiotelescopio a singola antenna più grande e sensibile oggi in funzione, con un piatto di 500 metri inserito in una depressione carsica nel Guizhou; uno dei computer quantistici più veloci; decine di migliaia di brevetti nel campo dell’intelligenza artificiale; il più grande centro di ricerca medica sui primati.

Se passiamo alle università, vediamo negli ultimi dieci anni una costante ascesa delle principali istituzioni cinesi, molte delle quali praticamente sconosciute in Occidente. Per quanto le metriche che misurano la produttività scientifica siano opinabili e imperfette, quando tutte vanno nella stessa direzione almeno la tendenza si può ritenere sicura. Nel dicembre scorso è arrivata una conferma dal Nature Index, che ha pubblicato per la prima volta una graduatoria dedicata alle scienze applicate: la Cina domina con sicurezza la classifica.

La graduatoria si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate: dall’ingegneria all’informatica, dalla scienza dei materiali all’alimentare L’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in un corpus selezionato di riviste peer reviewed e quindi, pur con tutte le critiche possibili, i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, indicatori affidabili delle tendenze globali.

Ne emerge che i ricercatori che lavorano in Cina contribuiscono a oltre la metà della produzione scientifica totale nel settore e che i primi dieci istituti di ricerca nelle scienze applicate sono tutti cinesi. Quanto sia importante il lavoro universitario – che prima o poi ricade su industria e società, anche se non sono in molti a crederlo davvero fuori dal giro intellettuale – lo vediamo dalle batterie per auto elettriche. Più di un decennio fa i ricercatori cinesi hanno iniziato a dominare il lavoro accademico in questo campo e oggi la Cina produce circa l’80% delle celle a livello mondiale.

Noi occidentali sembriamo non considerare abbastanza come, nel 2025, gli scienziati cinesi abbiano scritto tanti articoli scientifici su riviste di ottima reputazione quanto quelli pubblicati da americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme. Le analisi dell’Aspi, il think tank indipendente australiano che monitora anche il progresso scientifico e tecnologico a livello globale, mostrano come articoli e risultati cinesi siano stati in gran parte trascurati dai ricercatori occidentali. Senza entrare nei dettagli del loro rapporto, le conclusioni sono chiare: c’è un notevole squilibrio, perché i ricercatori cinesi citano i lavori scientifici americani più del previsto, mentre i ricercatori americani citano quelli cinesi meno del previsto. Questo in particolare in chimica e ingegneria, dove i laboratori cinesi sono all’avanguardia.

Certo, dietro questi dati ci sono problemi reali. I ricercatori cinesi sono stati – e in parte sono ancora – criticati per comportamenti non sempre impeccabili dal punto di vista dell’etica scientifica, e i casi di ritrattazione di lavori non mancano. Allo stesso tempo, la corsa ai finanziamenti produce ovunque, non solo in Cina, meccanismi perversi: grandi numeri di citazioni incrociate e inutili fra gruppi che falsano spesso il valore reale dei lavori. Il culto dei numeri ha danneggiato l’Occidente e la scienza nel suo complesso: basti pensare a Peter Higgs, quello del bosone che il Cern ha cercato per anni spendendo miliardi. I suoi articoli furono pochissimi in vari decenni, ma hanno sconvolto la fisica dell’infinitamente piccolo.

Nel piano quinquennale del Partito comunista cinese, partito a fine 2025, il primo e il secondo obiettivo strategico sono “costruire un sistema industriale modernizzato” e “accelerare l’autosufficienza scientifica e tecnologica di alto livello”. Lo scopo è padroneggiare la rivoluzione tecno- scientifica e la trasformazione industriale in atto, per guidarla globalmente.

Man mano che la Cina diventa una fonte sempre più importante di nuove conoscenze, trascurarla avrà un costo crescente.

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