Gender pay gap nella metalmeccanica: le donne guadagnano in totale fino al 19,2% in meno, divario record tra operai e dirigenti

Un rapporto Fim Cisl evidenzia una presenza femminile in calo nel settore, una forte incidenza del part time tra le donne e il ruolo positivo della contrattazione aziendale nel ridurre le disuguaglianze salariali

Anche nella metalmeccanica persiste un ampio gap retributivo di genere: le donne in media percepiscono il 13,44% in meno sulla retribuzione media annua lorda, differenza che sale al -19,23% se si comprendono le voci accessorie al salario (straordinari, superminimi, premi di produttività, benefit).

Secondo il rapporto nazionale della Fim Cisl “bilanci di genere, un’equità ancora lontana”, condotto su un campione di 1.104 aziende con 387.621 dipendenti, nel settore metalmeccanico la retribuzione media annua lorda di un lavoratore dipendente uomo è pari a 44.260 euro lordi, di cui 11.366 euro lordi sono gli elementi accessori al salario (straordinari, superminimi, premi di produttività, benefit). La retribuzione media annua lorda di una lavoratrice dipendente è pari a 38.313 euro lordi, di cui le voci accessorie al salario sono pari a 9.180 euro lordi, con una differenza salariale media annua lorda di genere pari a -13,44%.

Se si comparano le retribuzioni medie annue lorde per qualifiche, le maggiori differenze che penalizzano le donne riguardano tutte le qualifiche; fra i dirigenti le differenze medie sono del –17,49%, seguite dal -21,98% fra gli operai, – 16,87% fra gli impiegati, -8,16% fra i quadri.

Nelle aziende con contrattazione di secondo livello la differenza retributiva media annua lorda tra uomini e donne è più attenuata ed è pari a -9,77%, segno della funzione positiva svolta dalla contrattazione nel ridurre le disuguaglianze tra lavoratrici e lavoratori.

Considerando le sole voci accessorie al salario la differenza si attesta al -19,94%, non solo per le differenze retributive propriamente intese, ma anche alle diverse forme organizzative del lavoro che toccano in modo distinto uomini e donne nel settore metalmeccanico (es. part time, turni, straordinari, ecc.).

Le maggiori differenze di genere relative alla retribuzione media annua lorda si registrano nelle aziende con classi dimensionali da 101 a 250 lavoratori con una percentuale del divario del -31,50%, e sono elevate in tutte le classi dimensionali, mentre le punte più basse si registrano nelle aziende sopra i 500 dipendenti (-18,94%), comunque sopra la media, e nella classe oltre i 1.000 dipendenti dove le differenze sono del –8,42%, dato comunque in crescita rispetto al 2022-2023 dove si attestava al – 6,4%.

Secondo l’indagine promossa dalla Fim Cisl nel settore metalmeccanico si assiste ad una riduzione della presenza femminile: sono il 19,6% della forza lavoro del campione intervistato, mentre nel biennio precedente erano il 20,6%. La maggiore presenza femminile anche in questo biennio, come nei due precedenti, si trova nella categoria impiegatizia con il 27,99% del totale degli impiegati (che pesano il 39,28%sugli occupati del settore), nonostante si registri un calo del lavoro impiegatizio e della presenza delle donne impiegate rispetto al biennio 2022-2023, quando le impiegate erano il 29,56% del totale degli impiegati (categoria che pesava il 41,51% sul totale dell’occupazione).

Anche in questo biennio resta molto contenuta la presenza femminile tra gli operai (che pesano sul totale degli occupati per il 49,68%): le operaie sono il 12,14% (erano il 13% nel biennio precedente) . Al contrario, la presenza femminile nelle posizioni apicali è in crescita per il terzo biennio consecutivo del 5,36% per quanto riguarda le dirigenti: la componente femminile rappresenta il 19,67% del totale dei dirigenti che pesano però per il 2% sul totale dell’occupazione del settore. In crescita del 2,63% la presenza femminile tra i quadri, dove rappresentano il 22,42% (che pesano per il 9% sugli occupati del settore). La maggioranza delle dirigenti donne, così come dei quadri, sono occupate nelle aziende con più di 1.000 dipendenti.

La tipologia contrattuale prevalente del settore metalmeccanico è quella del contratto a tempo indeterminato pari al 96,91% del totale del peso degli occupati. Anche le donne sono assunte prevalentemente a tempo indeterminato con percentuali pari al 97,70%.

Il contratto a tempo determinato è usato per una percentuale pari al 3,09% e nella componente femminile la percentuale è ancora più bassa 2,30%; dati che sono in linea con i due bienni precedenti.

L’utilizzo del lavoro part time scarsamente presente nel settore metalmeccanico, anche in questo biennio si attesta attorno al 3,28%, è maggiore per le donne con una percentuale pari al 12,72%. A conferma che per motivazioni familiari la compomnente femminile è spesso costretta ad un uso forzato del part time per far fronte alla gestione delle situazioni di cura. L’ultimo Rapporto Istat 2026 sottolinea che le donne svolgono, mediamente, 5 ore di lavoro familiare al giorno, facendosi carico del 68,6% dei compiti familiari, questi dati segnano fra l’altro uno dei divari di genere più alti di Europa nella ripartizione dei compiti familiari fra uomini e donne.

La contrattazione aziendale anche in questo biennio, resta prerogativa delle realtà aziendali medio grandi e fa fatica ad emergere e consolidarsi nelle realtà più piccole dove, con molta probabilità, c’è anche una presenza più scarsa di delegati sindacali (RSU).

Delle 1.104 aziende oggetto dell’indagine della Fim, 928 con un totale di 314.258 lavoratori (di cui 60.230 donne) applicano il CCNL Federmeccanica-Assistal. Di queste, 370 aziende (pari al 39,87%) che occupano la maggioranza dei lavoratori (244.797 di cui 45.603 donne) ovvero il 77,90% del totale, dichiarano di avere contrattazione di secondo livello aziendale, così come le aziende che applicano il CCSL Stellantis, Ivceco, Ferrari e CNHI e che occupano 54.255 addetti (di cui 10.693 donne). Gli altri contratti del settore metalmeccanico rappresentano uno spaccato lavorativo più ridotto e in tutti emerge una netta prevalenza di assenza di contrattazione aziendale.

Tra il campione di aziende oggetto dell’indagine, 999 erogano strumenti di welfare, che coprono la maggioranza dei lavoratori (374.201 di cui 73.617 donne). Di queste aziende, 619 dichiarano di non avere contrattazione di secondo livello né aziendale né territoriale, così come nel biennio precedente, erogano quindi strumenti di welfare riconducibili esclusivamente alla contrattazione nazionale.

Sono 373 le aziende che possiedono, dentro la contrattazione aziendale, strumenti di welfare; il più diffuso resta le flessibilità oraria che riguarda il 92,16% della popolazione aziendale, il 77,20% usa lo Smart Working, il 65,8% utilizza congedi e permessi extra. La qualità del tempo e la conciliazione vita lavoro sono, per il terzo biennio consecutivo, gli strumenti maggiormente richiesti e presenti nella contrattazione.

Lo strumento del lavoro agile è utilizzato dal 21,89% degli occupati e il peso occupazionale delle donne nell’utilizzo di questo strumento è pari al 34,68%, dato che sottolinea come questo strumento abbia sì un buon utilizzo trasversale fra i generi, ma è comunque preferito dalla componente femminile.Avendo le donne il maggior peso del carico familiare lavorare in modalità agile può permettere una gestione più flessibile del tempo, ridurre gli spostamenti e migliorare l’equilibrio fra vita lavorativa e vita privata. L’utilizzo dello Smart working sembra prevalere nelle realtà medio grandi e fatica invece in quelle più piccole dove, forse, si hanno attività più produttive e manuali e di conseguenza scarsamente gestibili da remoto

 L’esercizio del diritto alla formazione professionale cala fra i lavoratori e le lavoratrici e aumentano le aziende che non assolvono a tale obbligo (nel campione si passa dal 13,82% al 14,49%). Delle 1.104 aziende esaminate 944 (85,51%) dichiarano di svolgere attività formativa coinvolgendo in formazione 281.654 lavoratori, di cui 55.119 donne. Le ore totali pro capite di formazione sono 23,51; per gli uomini 24,63 e per le donne 19,92.

Rispetto al biennio precedente si abbassa la percentuale di lavoratori in formazione dal 78,47% al 72,66% dell’attuale biennio. Il 14,49% del campione, pari a 160 aziende, dichiara di non aver svolto attività formativa e di conseguenza 20.983 occupati non hanno potuto esercitare il diritto alla formazione, peraltro un dato negativo in crescita rispetto al biennio precedente.

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