Frane e alluvioni, speso solo il 41% dei fondi: 1,9 miliardi ancora fermi

Competenze incrociate fra sette livelli di governo, norme caotiche e deficit di tecnici. La Corte dei conti: «Così è impossibile tradurre le decisioni in opere»

I quattro chilometri di frattura nella roccia che a fine gennaio hanno squarciato la collina di Niscemi hanno portato alla luce una storia infinita di paralisi amministrative, in cui si erano impantanati anche i fondi contro il dissesto idrogeologico approvati fin dalla frana del 1997.La premier Giorgia Meloni è volata in Sicilia tre volte per garantire di persona che i nuovi finanziamenti per le opere (75 milioni di euro, affiancati da altrettanti per il sostegno diretto alla popolazione) non avrebbero seguito la stessa sorte dei loro predecessori, anche grazie all’impegno del Capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, nominato commissario straordinario. E sul passato è stata aperta un’indagine dalla Procura di Gela, che ad aprile ha iscritto nel registro degli indagati per disastro colposo 13 persone, tra cui gli ultimi quattro presidenti della Regione Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, l’oggi ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci e l’attuale governatore Rosario Crocetta.

Ma le piccole o grandi Niscemi, in Italia, sono migliaia. Ognuna con i suoi progetti risalenti negli anni, e gli stanziamenti spesso annunciati in pompa magna dopo una calamità e poi naufragati nelle paludi delle mancate realizzazioni.
La «Relazione sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico», diffusa dalla Corte dei conti (delibera 14/2026 della sezione delle Autonomie) è un viaggio nelle promesse mancate della lotta contro frane e alluvioni. Ma è anche un trattato sulla principale malattia dell’amministrazione italiana: il caos delle competenze.
I numeri, come sempre, sono la prima chiave per misurare l’entità del problema. In un cervellotico collage fra le varie banche dati ufficiali sul tema, portato avanti con «un’attività di integrazione delle informazioni significativamente superiore a quella normalmente necessaria per analisi di analoga natura» come notano a pagina 215 della relazione, i magistrati contabili hanno messo sotto esame 5.463 progetti, nel 98,2% dei casi avviati negli anni fra il 2018 e il 2022.
A queste iniziative è stato attribuito un finanziamento totale da 3,174 miliardi: ma finora la spesa si è fermata a 1,31 miliardi, il 41,3%, anche se il 90% delle iniziative ha almeno cinque anni, e per metà di questi gli anni di vita sono sette o otto.

Una performance del genere non si sposa troppo con il carattere di urgenza di questi interventi, soprattutto in un Paese in cui il 93% dei Comuni è a rischio di allagamenti (19,3%), frane (16,2%) o entrambi (56,9%). E nulla assicura che il quadro reale sia anche peggiore.
Perché sono gli stessi magistrati a riconoscere che nemmeno i loro sforzi titanici sono stati sufficienti a ricostruirlo puntualmente. Anche all’interno degli interventi censiti, il gruppo più numeroso (1.869 opere su 5.463, il 34%) è a destinazione «indefinita», non indica cioè il tipo di dissesto che combatte. Il 29,5% degli investimenti è diretto contro i rischi di frane, e il 27,7% punta a prevenire le alluvioni. Le opere contro le valanghe sono solo 44, sono le più grandi sul piano finanziario (1,9 milioni l’una, contro una media complessiva da 581mila euro a progetto) e anche le più lente nella realizzazione, con una spesa ferma al 27,82%.

Ma i buchi nel monitoraggio sono solo la spia di un grumo di vizi gestionali più ampio. Che, parole della Corte dei conti, «non consentono di tradurre la decisione in opere infrastrutturali».
Con una governance del genere, insomma, la realizzazione puntuale degli investimenti non è difficile. È impossibile. E l’aumento degli stanziamenti, che pure c’è stato, è nel migliore dei casi un vuoto esercizio politico-amministrativo. Nel peggiore, è uno spreco di soldi.
I fondi pubblici finiscono infatti in un meccanismo infernale caratterizzato, spiega sempre la relazione, dalla «compresenza di ben sette differenti amministrazioni coinvolte nel processo decisionale, dotate di un’autonomia operativa e di spesa che di fatto ne rende inattuabile il coordinamento (ministero dell’Ambiente, ministero dell’Interno, ministero dell’Agricoltura, Regioni e Presidenti di Regione nel ruolo di Commissari straordinari per la ricostruzione, Autorità di bacino, enti locali)».
I «numerosi livelli di concertazione istituzionale spesso obbligatori (le conferenze, ndr.) contribuiscono ad allungare i tempi».
La sfiancante maratona arriva poi a soggetti attuatori la cui «limitata disponibilità di competenze tecniche incide sulla qualità della progettazione, sulla cantierabilità degli interventi e, conseguentemente, sulla capacità di utilizzare tempestivamente le risorse disponibili»: in uno squilibrio fra ipertrofia normativa, groviglio istituzionale e povertà amministrativa che in Italia non è certo limitato al filone, pur importante, del dissesto idrogeologico.

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