
L’intelligenza artificiale è un mercato in crescita e in Italia vale 1,8 miliardi: +50% su base annua. Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi sono più avanti: hanno strategie consolidate e hub di innovazione. In Europa il tasso medio di adozione dell’AI nelle imprese è al 13,5%, in Italia all’8,2%. Cinque punti percentuali indietro, e la causa principale è il fattore caratteristico dell’economia italiana: la grande presenza di Pmi.
Il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di intelligenza artificiale e l’84% ha già acquistato licenze di almeno uno strumento di Generative AI. Tra le Pmi il dato è all’8%. I numeri sono messi insieme dal report di Roma Business School (Rbs), che propone una soluzione per mettere insieme le eccellenze dei distretti italiani. Moda, meccanica, agroalimentare, farmaceutica e nautica sono i settori che rendono forte e competitiva l’economia italiana, pur rimanendo su una dimensione d’impresa piccola. Il report propone così un Dataspace dei Distretti d’Italia: mettere in comune i dati industriali e addestrare modelli AI verticali.
Trasformare un limite in una possibilità
«La frammentazione produttiva italiana, storicamente il suo limite, diventa qui un asset», spiega Valentino Megale, coautore della proposta. I grandi Llm (modelli di linguaggio) hanno una formazione orizzontale e tendono a rispondere in maniera generica. Mettere invece i dati assieme per creare AI verticali potrebbe creare modelli adeguati a settori specifici e, per questo, maggiormente utili sul lavoro.
Megale sostiene che si possa sfruttare un’infrastruttura cloud già esistente: il Polo Strategico Nazionale. Si tratta di un insieme di data center italiani finanziati dal Pnrr e attivi dal dicembre 2022 per conservare ed elaborare i dati critici e strategici delle pubbliche amministrazioni. La proposta è estendere al privato la sua funzionalità. Una volta terminati i fondi europei, spiega, si potrebbe proseguire con i finanziamenti di un fondo di co-investimento pubblico-privato, sfruttando il sistema di venture capital italiano.
Le imprese più avanzate
I grandi gruppi mostrano intanto che la strada è percorribile. EssilorLuxottica ha venduto oltre 7 milioni di smart glasses nel 2025; Stellantis ha annunciato con Accenture e Nvidia un progetto per portare i gemelli digitali basati sull’AI nelle fabbriche.
Il nodo della crescita italiana è portare nella trasformazione anche gli operatori più piccoli. Per farlo sono fondamentali la condivisione dei dati su processi, clienti e produzione e l’adozione di standard comuni.
Tre scenari al 2030
Il report mette in fila tre sbocchi per i prossimi anni. Nello scenario negativo l’Italia rimarrebbe indietro, le Pmi sarebbero tagliate fuori e il Paese diventerebbe importatore di tecnologia esterna. Nella prospettiva centrale si potrebbe recuperare gradualmente terreno verso la media europea. Oppure, nello scenario più auspicabile, si potrebbe costruire una leadership di nicchia nei settori in cui il sistema parte già avvantaggiato. «L’Italia non deve inseguire ogni frontiera tecnologica», avverte Valerio Mancini, coautore del report.
La sfida, dunque, non è costruire un modello italiano per principio, ma capire se i dati dispersi nei distretti possono diventare un’infrastruttura comune in grado di creare valore aggiunto e spingere la crescita.
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