
La piattaforma nata nel salotto di Tatiana Kim si trasforma in un colosso sotto il controllo di imprenditori vicini a Putin, tra sparatorie e lotte di potere
Wildberries è una delle molte realtà produttive che in questi anni di guerra sono state prese di mira, prima ancora che dai droni ucraini, dal Cremlino che ne ha orchestrato cambi di proprietà e ristrutturazioni nel quadro di una redistribuzione del potere economico resa necessaria dal conflitto e dall’inasprimento delle sanzioni contro la Russia. Imprenditori vicini alle autorità acquisiscono asset di compagnie straniere a prezzi scontati o lo stato confisca asset di personalità in ascesa negli anni Novanta per premiare una nuova generazione di imprenditori considerati più leali. L’azienda, che nel 2023 aveva avuto un giro di affari di 27,5 miliardi di dollari, nel 2024 si era unita a Russ Group, società leader di cartelloni pubblicitari fondata negli anni Duemila da Rupert Murdoch molto più piccola (con un fatturato di un decimo). La fusione era però avvenuta alla pari ed era stata approvata personalmente da Vladimir Putin, come aveva fatto sapere allora il Cremlino.
L’obiettivo dichiarato era quello di “diventare la più grande rete bancaria di pagamenti digitali e in rubli del mondo superando il sistema Swift, con potenziale bacino di utenti in tutto il ’sud globale’”. In questi ultimi anni l’azienda ha effettivamente esteso i suoi interessi, dal trasporti merci, car sharing e taxi, all’attività di booking degli alberghi online.
È una delle imprese con il numero più elevato di dipendenti in Russia. Il matrimonio aziendale forzato aveva fatto esplodere violentemente quello l’unione fra i fondatori dell’azienda: Vladislav Bakalchuk, marito in uscita di Tatiana Kim, ideatrice e detentrice del marchio Wildberries, creato dal nulla durante il congedo per maternità nel 2004, che vent’anni dopo aveva cercato di fare irruzione, accompagnato da un gruppo di ceceni, nel quatier generale dell’azienda al ’Romanov Dvor’, complesso di uffici di lusso a 500 metri dal Cremlino in cui avevano sede Credit Suisse, Apple e Sotheby’s, poi sostituite da aziende russe e cinesi dopo l’inizio della guerra. Nel complesso in cui si trovano anche cinema, ristoranti caffé, e un fitness club esclusivo, c’era stata allora una sparatoria fra i ceceni e le guardie di sicurezza, che aveva lasciato a terra diverse persone.
Tatiana, aveva accusato l’ex marito, che rivendicava di aver avuto un ruolo di primo piano nel lancio dell’impresa, di aver orchestrato un tentativo di acquisizione dell’azienda, in cui Vladislav continuava a detenere una quota minima dell’1 per cento, contro il 99 per cento della moglie. Bakalchuk aveva a sua volta denunciato il coinvolgimento del senatore del Daghestan Suleiman Kerimov come figura chiave nella fusione, vicino al ceo di Russ Group, Robert Mirzoyan e, notoriamente, al Cremlino. Il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva confermato, puntando il dito contro “gente ben nota del Caucaso” di aver costretto Tatiana a procedere con la fusione. Bakalchuk aveva ringraziato Kadyrov “per l’aiuto dato a rimanere in vita e fuori dal carcere”, nel quadro della disputa degenerata con la sparatoria, il peggior esempio di violenza di matrice economica dai giorni folli degli anni Novanta. Bakalchuk aveva spiegato candidamente di essersi rivolto al leader ceceno nell’estate del 2024 per evitare la fusione, e di essere diventato amico dei ceceni, insieme alla moglie, diversi anni prima. “Ci aiutano da otto anni. Quando è iniziata la questione Wilberries/Russ Group mi sono di nuovo rivolto a lui per chiedergli consiglio”. La rottura con la moglie si era consumata proprio per questa sua richiesta “agli amici di Grozny”. “Non si tratta di un episodio isolato.
È il segno che il caos di allora non è passato ma parte del destino ricorrente del Paese”, aveva scritto Moscow Times, ricordando l’uccisione, nel 1996, dell’imprenditore americano Paul Tatum, co fondatore di una joint vendure per l’albergo Radisson Slavyanskaya, coinvolto in una disputa sulla cessione delle sue quote ai partner russi.
Un esponente del clan di Kadyrov aveva acquisito a un prezzo ridicolo gli asset russi della Danone, sequestrati dopo l’inizio della guerra, gli impianti della Carlsberg erano andati a persone dell’entourage di Yuri Kovalchuk e Arakady Rotenberg, amici di Putin dai tempi di San Pietroburgo, con il secondo, e il fratello Boris, tuttavia in uscita dal cerchio magico del Presidente sulla scia della mancata costruzione di blocchi di difesa nella regione del Kursk, violata con tanta facilità dagli ucraini nell’estate del 2024.
Russ Group, associata a Kerimov si era nella sostanza presa Wildberries, sulla cui piattaforma ogni giorno vengono conclusi ordini milionari in Russia e in diversi altri Paesi ex sovietici. Poco prima dell’inizio dei raid dei droni di Kiev inclusi nella nuova campagna dell’Ucraina contro i punti nevralgici dell’economia della Russia, il primo luglio scorso, con entrata in vigore il 7, Wildberries aveva modificato i contratti con i fornitori escludendo i risarcimenti in caso di danni alle merci per attacchi di droni. Lo stesso aveva fatto fra l’altro la concorrente Ozon, un’altra piattaforma di commercio online che l’11 aveva precisato che non ci sarebbero stati risarcimenti per danni persi o danneggiati a causa di azioni militari, stato di emergenza, bombardamenti, disordini di massa e “altre circostanze simili”.