Bollicine siciliane, nasce la rete per attrarre enoturisti

Irvo e Ais Sicilia lanciano il Manifesto per costruire un’identità comune tra cantine, territori e istituzioni. Nell’Isola 140 aziende producono spumanti, con 330 etichette e una crescita trainata dall’Etna

La Sicilia delle bollicine prova a diventare una destinazione. Non più soltanto una produzione di nicchia da raccontare attraverso le etichette, ma una mappa di territori da attraversare: vigneti, cantine, borghi, parchi naturali, siti archeologici, città d’arte, mare e gastronomia. È questo il senso della Rete delle bollicine siciliane, il percorso promosso dall’Irvo (Istituto Regionale del Vino e dell’Olio), in sinergia con Ais (Associazione Italiana Sommelier) Sicilia, che sarà al centro del convegno “Bollicine Siciliane. Dall’eccellenza enologica all’esperienza di un territorio”, in programma nell’ambito della dodicesima edizione di Sicilia in Bolle, a Realmonte.

Il passaggio chiave sarà la firma del Manifesto della rete delle bollicine siciliane, una dichiarazione d’intenti che punta a mettere insieme istituzioni, produttori, consorzi e operatori del territorio per costruire un’identità comune. L’obiettivo è trasformare la bollicina siciliana in una porta d’accesso a nuovi itinerari enoturistici, capaci di collegare la produzione vitivinicola all’esperienza dei luoghi. L’idea dell’Irvo e dell’assessorato Regionale per l’Agricoltura, lo Sviluppo Rurale e la Pesca Mediterranea nasce da una visione internazionale che rileva come la competitività sui mercati enologici si misura sulla capacità di sviluppo dell’enoturismo negli areali di produzione, dunque siglare la dichiarazione di intenti della rete significa pianificare un nuovo modello che mira a unire le realtà vitivinicole della Sicilia. L’obiettivo è dare voce a un’identità comune e riconoscibile: la bollicina siciliana diventerà la porta di accesso di itinerari che conducono, tappa per tappa, a scoprire dell’identità dei luoghi e la biodiversità dei vitigni.

I numeri spiegano perché il tema non sia più marginale. Secondo l’Osservatorio Irvo, in Sicilia sono circa 140 le aziende produttrici di vini spumanti, tra Doc, Ig e varietali, con circa 330 etichette immesse in commercio. Il 54% delle etichette è prodotto con Metodo Charmat, mentre il 46% con Metodo Classico. La produzione resta ancora inferiore all’1% del confezionato regionale, ma il comparto mostra un interesse crescente, spinto dai riconoscimenti ottenuti da diverse cantine e dalle nuove tendenze di consumo verso vini più leggeri, freschi e frizzanti.

Nel 2025 gli spumanti siciliani sono stati per l’86% bianchi e per il 14% rosati. Per denominazione, il 49,1% della produzione è a Igt Terre Siciliane, il 29,3% a Doc Sicilia e il 20,4% a Doc Etna. Proprio l’Etna è il dato più dinamico: la sua incidenza sul totale degli spumanti siciliani è passata dal 9,8% del 2018 al 20,4% del 2025.

Scendendo alle singole tipologie, nel 2025 la più prodotta è stata la Igt Terre Siciliane spumante bianco, con un’incidenza del 18%. Seguono la DOC Etna spumante bianco al 17%, la Doc Sicilia Grillo spumante al 16% e la Igt Terre Siciliane Nerello Mascalese vinificato in bianco al 14%. Le prime quattro tipologie, da sole, rappresentano il 65% della produzione complessiva di spumanti siciliani.

La rete nasce dunque dentro un settore ancora piccolo nei volumi, ma già abbastanza articolato da poter diventare racconto territoriale. La mappa proposta individua cinque grandi areali: Etna, Sicilia occidentale, Sicilia centrale, Sud-Est e Pantelleria. Sull’Etna il Metodo Classico trova nella DOC il suo riferimento più riconoscibile, con il Nerello Mascalese vinificato in bianco o in rosato e una permanenza sui lieviti di almeno 18 mesi. Nella Sicilia occidentale, tra Trapani, Marsala, Menfi e Agrigento, prevale il Metodo Charmat, ma cresce anche il Metodo Classico, con vitigni come Grillo, Catarratto, Inzolia, Zibibbo, Grecanico, Chardonnay, Chenin blanc, Nero d’Avola e Pinot Nero.

La Sicilia centrale, tra Caltanissetta, Enna e l’entroterra agrigentino, unisce Metodo Classico e Charmat, valorizzando Nero d’Avola, Pinot Nero, Grillo, Catarratto, Inzolia e Chardonnay. Nel Sud-Est, tra Ragusa, Siracusa e Noto, il Moscato bianco e il Nero d’Avola rosato accompagnano una produzione in cui il Metodo Classico è in crescita. Pantelleria, invece, resta legata allo Zibibbo in purezza, con spumanti prevalentemente Charmat.

Il valore aggiunto è la connessione con il turismo. L’Etna può diventare itinerario tra paesaggi vulcanici, borghi in pietra lavica, Parco dell’Etna, Valle del Bove, Gole dell’Alcantara e Taormina. La Sicilia occidentale può unire cantine, saline, riserve naturali, Valle dei Templi, Mozia, Segesta, Selinunte ed Erice. La Sicilia centrale può intrecciare vino, colline, aree interne, Villa Romana del Casale, Morgantina, Castello di Lombardia e borghi dell’entroterra. Il Sud-Est può legare le bollicine al barocco del Val di Noto, a Siracusa, Pantalica, Vendicari e Cavagrande. Pantelleria aggiunge il valore identitario dell’alberello, pratica agricola riconosciuta dall’Unesco.

La sfida, adesso, è fare sistema. La Sicilia non ha ancora una categoria spumantistica riconoscibile come Prosecco, Franciacorta, Trentodoc o Alta Langa. Ma il Manifesto promosso da Irvo e Ais Sicilia prova a indicare una strada: partire dalla pluralità degli areali e trasformarla in un’identità comune. Non una bollicina sola, ma una Sicilia delle bollicine. Una rete capace di unire produzione, accoglienza, paesaggio e cultura del vino.

Articoli correlati