
L’esperienza francese indica che non esiste un bonus capace da solo di invertire la curva: il contributo della medicina e della Pma per sostenere le nascite in un quadro di accesso equo
Il desiderio di avere figli resta. È la possibilità di realizzarlo che si restringe. Il dato più significativo, infatti, non è solo che in Italia nascano meno bambini. È che molti di quelli desiderati non nasceranno. Il 62,2% delle persone in età fertile che rinuncia ad avere altri figli indica ragioni economiche, lavorative o sociali. La crisi demografica appare così non tanto come un rifiuto della genitorialità, quanto come l’esito della distanza tra aspirazioni e condizioni concrete: lavoro instabile, difficoltà di accesso alla casa, servizi insufficienti e timore che la maternità penalizzi la carriera.
Questi ostacoli rinviano il momento in cui si cerca un figlio. Ma il tempo sociale e quello biologico non coincidono.
Come scienziata ed embriologa, considero questo disallineamento decisivo. Con l’età diminuiscono progressivamente la riserva ovarica e la competenza biologica degli ovociti; aumenta inoltre la probabilità di alterazioni cromosomiche dell’embrione, che possono incidere sull’impianto e sulla prosecuzione della gravidanza. Anche la fertilità maschile può risentire dell’età, di patologie, stili di vita ed esposizioni ambientali.
Non si tratta di fissare un’età giusta per avere figli, ma di evitare che informazioni essenziali arrivino soltanto quando emergono le prime difficoltà. Una scelta è davvero libera solo quando è informata.
Con il primo Congresso nazionale di AIFe a Montecitorio abbiamo presentato il Manifesto Fertilità 2030. La proposta è portare la salute riproduttiva nelle politiche pubbliche: educazione, prevenzione, diagnosi precoce, preservazione della fertilità e accesso equo alle cure devono diventare parti dello stesso sistema.
Il primo terreno su cui intervenire è la scuola. Le nuove generazioni dovrebbero conoscere il ruolo dell’età, delle infezioni, del fumo, dell’obesità e di patologie come endometriosi e varicocele, ma anche ciò che oggi la ricerca rende possibile, dalla preservazione della fertilità alla procreazione medicalmente assistita. Non per orientare le scelte, ma per ampliare le possibilità.
Secondo il Registro nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2024 sono nati grazie alla Pma 17.660 bambini, il 4,8% del totale: quasi uno su venti. La medicina della riproduzione è ormai una componente strutturale della natalità italiana e una possibilità in più per migliaia di persone.
Questa possibilità non dovrebbe dipendere dal reddito o dal luogo di residenza. Lo stesso vale per le donne single, oggi escluse in Italia dall’accesso alla Pma e spesso costrette a rivolgersi all’estero, ma soltanto quando possono sostenerne i costi. Quando un percorso è accessibile solo oltre confine e solo a chi dispone delle risorse necessarie, una differenza normativa diventa una disuguaglianza nell’accesso alla salute riproduttiva, oltre a compromettere la continuità assistenziale.
L’esperienza francese indica che non esiste un bonus capace, da solo, di invertire la curva demografica. Servono politiche stabili che tengano insieme servizi per l’infanzia, occupazione femminile, conciliazione, sostegno alle famiglie e salute riproduttiva.
La scienza non può creare lavoro, case o asili nido. Può però offrire conoscenza, prevenzione e nuove opportunità. Il punto non è convincere le persone ad avere figli, ma impedire che ostacoli economici, disinformazione e disuguaglianze decidano al posto loro.
* Presidente Associazione Italiana Fertilità (Aife)