
Dopo aver perso in Consiglio di Stato, il Mef alza dal 4,85% al 6,82% l’aumento del 2018-20, ma servono quasi 200 milioni. In gioco ci sono anche gli anni successivi, e il conto può salire a 1 miliardo
Alla manovra mancano ancora quattro mesi, ma la sua agenda è già carica di grane da risolvere. L’ultima riguarda gli scatti stipendiali dei magistrati, dopo i ricorsi vittoriosi dell’Anm che ha contestato i meccanismi di calcolo utilizzati fin qui dal Governo.
La battaglia a colpi di carte bollate si è conclusa per quel che riguarda il triennio 2018-2020. Dopo aver vinto al Tar e al Consiglio di Stato, i magistrati si sono rivolti nuovamente ai giudici amministrativi per imporre al Governo di riconoscere aumenti più alti di quelli previsti finora. Nell’ordinanza 5140/2026, depositata nei giorni scorsi, Palazzo Spada ha offerto però al Governo un altro tempo supplementare, chiedendo di depositare entro il 5 settembre una relazione per illustrare «modalità e tempi di conclusione del procedimento di adeguamento». Ma l’ordinanza dà anche una notizia importante, spiegando che la decina di settimane in più è stata concessa perché l’Istat ha già rifatto i conti, portando al 6,22%, dal 4,85% originariamente previsto dal decreto di Palazzo Chigi del 6 agosto 2021, l’aumento da riconoscere per il triennio 2018/2020.
Secondo le stime del Governo il nuovo parametro costa poco meno di 200 milioni, cioè intorno ai 16mila euro medi a magistrato. Fondi che vanno trovati. E che, soprattutto, non sono gli unici. Perché la storia appare già scritta per il triennio 2021/23, dopo che il Dpcm del 3 giugno 2024 che ha previsto per quegli anni aumenti del 6,69% è già finito al Tar con le stesse contestazioni che hanno condannato il decreto del 2021. Ed è difficile immaginare che il quadro cambi per il 2024/26, ancora da tradurre in un decreto che dovrà ad adeguarsi alle indicazioni del Consiglio di Stato.
Non esistono per ora conteggi ufficiali sulle ricadute finanziarie di questo domino. Ma è naturale che negli anni più recenti i costi siano aumentati, per due ragioni: l’adeguamento ex post di un triennio fa crescere la base di calcolo su cui si applicano gli aumenti del successivo, e soprattutto fra 2022 e 2023 l’inflazione che si è impennata e i rinnovi contrattuali gonfiano l’impatto del meccanismo.
La catena potrebbe quindi costare in tutto almeno un miliardo: senza contare che la querelle si sta allargando ai professori universitari, che hanno lo stesso meccanismo di adeguamento retributivo dei magistrati e, pur non avendo presentato ricorso a suo tempo, viste le pronunce di Tar e Consiglio di Stato hanno iniziato a chiedere la revisione in autotutela dei provvedimenti che li riguardano.
La battaglia è sulla matematica. I magistrati fanno parte del personale pubblico non contrattualizzato; le loro retribuzioni sono riviste ogni triennio in base agli aumenti medi ricevuti nei tre anni precedenti dalle altre categorie del pubblico impiego.
Per il Consiglio di Stato, i conti del Governo sono illegittimi per varie ragioni: la base di calcolo ha escluso indennità che invece andavano comprese, non ha considerato personale come quello delle Autorità indipendenti, che hanno aumenti più elevati della media, e ha invece concentrato l’attenzione, utilizzando la media ponderata e non quella semplice, su comparti ampi nei numeri ma leggeri negli stipendi, come l’istruzione e gli enti territoriali.
A occuparsene dovrà essere la manovra. Che potrebbe limitarsi per ora al primo triennio perché la ricerca delle coperture non è semplice. La legge di bilancio del resto dovrà chiudere anche la stagione del Tfr a rate dei dipendenti pubblici, come imposto dalla Corte costituzionale: chiudendo in modo coerente una legislatura che dal Superbonus in poi è stata schiacciata dalle eredità del passato.