
Dopo due anni in calo il totale cresce del 6% a 1624 miliardi di dollari. Sprint dell’Europa anche se la leadership resta agli Usa
Dopo due anni consecutivi in frenata torna a crescere la massa di investimenti diretti nel mondo, progresso di quasi 100 miliardi di dollari che porta il totale a quota 1624.
Il rapporto mondiale 2026 realizzato dalla Conferenza dell’Onu sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) evidenzia però una netta dicotomia nei trend. Perchè se da un lato nei paesi sviluppati i progressi sono a doppia cifra sia in termini di valore che di numero di progetti greenfield, la situazione nelle aree in via di sviluppo è quasi stagnante nei valori (solo +2%) e in riduzione nelle numeriche delle operazioni. Divergenza nei trend e nei valori assoluti ancora più visibile scomponendo il globo in fasce di reddito, dove sono i paesi con i valori più elevati a continuare a ritagliarsi la fetta maggiore della torta e l’Europa a presentare i tassi di crescita maggiori (+39%). Per le nazioni a medio-basso reddito la riduzione dei flussi è infatti del 5% e anche se per i paesi in coda alla classifica si registra una crescita media del 10%, in valore assoluto si tratta di appena 20 miliardi di dollari, poco più dell’1% del totale.
Per l’Italia i numeri 2025 non sono particolarmente positivi, con un flusso di investimenti in ingresso di 8,8 miliardi (dai 20 del 2024), ampiamente superato da quello in uscita, a quota 30 miliardi di dollari, anche in questo caso in calo rispetto all’anno precedente.
A guidare la classifica ancora una volta sono gli Stati Uniti, sia nei flussi in uscita (263 miliardi) che come target di investimenti altrui (277 miliardi). Da segnalare, inoltre, che in termini di valori assoluti, dei primi quattro progetti più grandi al mondo, tre sono diretti proprio verso Washington.
Flussi rilevanti non solo in termini finanziari, sottolineano gli estensori del rapporto, tenendo conto che l’investimento diretto rappresenta un fattore chiave di sviluppo. Che include trasferimento tecnologico, nuove competenze, posti di lavoro, accesso a nuovi mercati. Se da un lato c’è un’azienda che entra in una catena del valore regionale, allo stesso tempo c’è un giovane ingegnere che può trovare opportunità in loco senza dover abbandonare il proprio paese.
E’ il motivo per cui la progressiva concentrazione dei flussi nei paesi già sviluppati non può essere accolta complessivamente come una buona notizia. I paesi più avanzati continuano infatti ad essere non solo – come ovvio – la fonte principale per i flussi ma anche il target più gettonato dagli investitori.
L’impatto dell’incertezza globale è ad ogni modo evidente, sia in termini qualitativi che nelle azioni concrete. Nel definire quale sia stato negli ultimi tre anni il fattore determinante per orientare gli investimenti, quasi l’80% dei rispondenti al sondaggio cita conflitti e tensioni geopolitiche. Mentre in termini di comportamenti concreti, gli interventi diretti di politica industriale volti a valutare i risvolti di sicurezza nazionale delle operazioni è in forte crescita, con ben 52 paesi impegnati in questa attività, il doppio rispetto al 2016. Così come quasi raddoppiati sono gli interventi di politica industriale valutati come difensivi, saliti del 93% a poco meno di mille ogni anno.
E’ il risultato del nuovo contesto – più incerto e sfidante – in cui e aziende operano. Mentre in parallelo i governi sono orientati a dare maggior peso rispetto al passato ai temi di sicurezza nazionale in un numero maggiore di ambiti. Tra infrastrutture rilevanti (fisiche ma ora anche e soprattutto digitali), tecnologie e materie prime critiche, cruciali per i settori a maggior pervasività e tassi di sviluppo.
Dal punto di vista settoriale a dominare le preferenze degli investitori sono di gran lunga i data center, che tra 2024 e 2025 vedono i valori lievitare di 235 miliardi, unico settore in crescita a parte Oil&Gas (+38 miliardi) e Semiconduttori (+13). Altrove si scontano invece riduzioni, come accade ad esempio nell’area delle rinnovabili (-37 miliardi), settore fortemente ostacolato nelle sue prospettive dalle azioni dell’amministrazione Trump.
Interessante notare la progressiva polarizzazione delle scelte verso i settori considerati in questa fase strategici, tra infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, robotica e materie prime critiche, semiconduttori e transizione energetica. Gli investimenti annunciati in queste aree passano dai 109 miliardi del 2020 ai 576 del 2025, passando dal 16 al 44% del totale. Con la parte del leone rappresentata dai data center.
A crescere è anche la dimensione media dei progetti: guardando a quelli greenfield di valore unitario superiore al miliardo di dollari, la loro quota sul totale è schizzata nel 2025 al 44% del totale, il doppio rispetto a quanto accadeva nel 2017. In valori assoluti, erano 158 nove anni fa, ora sono saliti a quota 618.