Lindt verso il peggior trimestre in 17 anni tra rincari dei prezzi e calo dei volumi

Le posizioni corte sul titolo sono più che raddoppiate da marzo, segnale che una parte significativa degli investitori scommette su un ulteriore ribasso.

C’è un limite oltre il quale anche il cioccolato più pregiato smette di essere irresistibile. Lindt & Sprüngli lo ha scoperto a proprie spese: il gruppo elvetico, sinonimo globale di qualità nel confezionato dolciario, si avvicina alla chiusura del peggior trimestre borsistico dal 2009 con un titolo che ha lasciato sul parterre il 29% del proprio valore negli ultimi dodici mesi di contrattazione, nonostante un rimbalzo tecnico dai minimi degli ultimi quattro anni tentato la socrsa settimana.

Il gruppo sta pagando le scelte commerciali fatte lo scorso anno, quando ha deciso di aumentare i prezzi dei propri prodotti del 20% per far fronte ai rincari della materia prima. Di fronte a un’impennata senza precedenti del cacao sui mercati internazionali, la società aveva optato per la strada più diretta: traslare i rincari sui consumatori, alzando i listini di quasi un quinto. Una mossa difensiva per i margini, rivelatasi offensiva per i volumi. I clienti, infatti, hanno risposto lasciando il prodotto sullo scaffale e optando per soluzioni più economiche.

Il repricing aggressivo ha dunque eroso proprio quella elasticità della domanda che il posizionamento premium avrebbe dovuto garantire al brand. E il paradosso è che ora, con il cacao tornato su livelli più sostenibili, dal momento che i futures hanno perso quasi il 60% dai massimi storici di dicembre 2024, Lindt si trova a fare i conti con un doppio svantaggio: i costi dell’approvvigionamento non caleranno prima del 2027, per via dei contratti pluriennali già stipulati, ma i prezzi al dettaglio devono scendere subito per riportare il consumatore in negozio.

A marzo il gruppo aveva rivisto le proprie ambizioni di crescita a breve termine, rivedendo la stima di espansione organica delle vendite per il 2026 dal precedente corridoio del 6–8% a un più cauto 4–6%. A pesare non c’è soltanto la debolezza della domanda interna, ma anche il conflitto in Iran, che ha fatto risalire i costi di trasporto e degli imballaggi, mentre l’incertezza geopolitica diffusa ha eroso la fiducia dei consumatori su entrambe le sponde dell’Atlantico.

«Il posizionamento premium non protegge il business quando i prezzi salgono del 19% in dodici mesi. Semmai ritarda il recupero dei volumi: chi abbandona una marca di fascia alta ci mette più tempo a tornarci» commenta Svetlana Menshchikova, analista di Morningstar, che esclude però un deterioramento strutturale del brand. L’andamento che sta registrando la società in Borsa, a suo avviso, è ciclico: il valore percepito di Lindt resta intatto e quando i prezzi al dettaglio si normalizzeranno. Quindi le vendite dovrebbe gradualmente tornare. Un segnale in questa direzione arriva da Barry Callebaut, fornitore industriale di cacao lavorato, che ha già indicato un recupero dei volumi atteso nei prossimi diciotto mesi. Se l’industria nel suo complesso imbocca quella direzione, Lindt potrebbe cavalcare l’onda nella seconda metà dell’anno.

I mercati, però, non sembrano voler aspettare la ripresa delle vendite. Le posizioni corte sul titolo sono più che raddoppiate da marzo, segnale che una parte significativa degli investitori scommette su un ulteriore ribasso. Gli analisti sono divisi se si guardano le previsioni future: cinque case d’investimento consigliano di comprare il titolo, sei raccomandano di venderlo. E queste ultime sono una novità per un’azienda che fino a poco tempo fa era considerata il gold standard del settore.

D’altra parte, però, Jon Cox di Kepler Cheuvreux avverte che il mercato potrebbe non ritenere raggiungibile nemmeno l’obiettivo minimo del 4% di crescita organica. Se i conti del primo semestre, attesi a breve, mostrassero segnali di deterioramento ulteriore, le valutazioni ancora storicamente elevate rischierebbero una nuova compressione. Jefferies, che ha avviato la copertura con un giudizio «underperform», è ancora più esplicita: il gruppo dovrà abbassare i prezzi in modo più deciso per recuperare terreno competitivo, e potrebbe dover rivedere le stime di crescita a medio termine in modo significativo.

La frattura geografica è un elemento chiave per leggere i prossimi trimestri. Secondo Antoine Prevot di Bank of America, sono i consumatori europei, già messi sotto pressione dall’inflazione e dall’incertezza economica, ad aver mostrato la minore disponibilità ad assorbire i rincari. L’Europa si annuncia come il principale freno nei prossimi risultati, mentre Nord America e mercati internazionali continuano a reggere meglio, anche se non abbastanza da compensare la debolezza continentale.

Di fronte a questo quadro, Lindt ha già iniziato ad agire. In Svizzera e Germania, alcuni prodotti vedranno riduzioni di prezzo già nel corso del 2026, un segnale che il gruppo ha preso atto della necessità di correggere la rotta. Per l’intero esercizio, il piano prevede comunque aumenti medi nell’ordine della singola cifra percentuale a livello consolidato, con correzioni selettive per mercato. Un equilibrismo delicato, che il mercato osserva con attenzione crescente e in alcuni casi con qualche scetticismo.

Sullo sfondo resta la variabile cacao: volatile, imprevedibile, e potenzialmente destabilizzante. Il rischio di un intenso fenomeno El Niño (fenomeno climatico ciclico che provoca un anomalo riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale) potrebbe far risalire le quotazioni delle fave, rimettendo in discussione i calcoli del management prima ancora che il ciclo di normalizzazione si sia compiuto. Per Lindt, il trimestre peggiore degli ultimi diciassette anni potrebbe rivelarsi, quindi, soltanto l’inizio di una stagione più lunga e complicata, secondo alcuni analisti.

Articoli correlati