Ocse: per la fiammata dell’inflazione salari reali in calo dello 0,9% nel 2026 in Italia

L’organizzazione internazionale prevede nel 2027 per il nostro Paese un aumento solo dello 0,2% dei salari reali, che restano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021: è il divario più ampio tra le grandi economie della zona Ocse

La nuova impennata dei prezzi dell’energia ha spinto al rialzo l’inflazione, provocando un contraccolpo negativo sui salari reali: si prevede che in Italia diminuiranno dello 0,9% nel 2026 e aumenteranno solo dello 0,2% nel 2027, alla luce dei limitati rinnovi dei contratti collettivi previsti per il prossimo anno e del rallentamento in corso nel mercato del lavoro.

Le previsioni sono contenute nell’employment outlook dell’Ocse che stima per il nostro Paese l’inflazione al 3% nel 2026 e del 2,2% nel 2027, con i salari nominali in crescita, rispettivamente di circa il 2,2% e del 2,4%. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali dei lavoratori italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente, beneficiando soprattutto del basso tasso di inflazione. Da notare che nello stesso arco temporale a livello Ocse la crescita media è stata più alta, pari all’1,7%.

Inoltre, i salari reali da noi restano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, percentuale che rappresenta il divario più ampio tra le grandi economie della zona Ocse.

«L’inflazione in Italia è sui livelli simili agli altri Paesi – spiega Andrea Garnero, economista Ocse -, il punto è che i salari nominali da noi sono più bassi, dunque appena monta la marea dell’inflazione i salari finiscono sott’acqua. Inoltre, nonostante il miglioramento dovuto ai rinnovi contrattuali, i salari reali restano ancora sotto i livello del 2021, il gap che era di 7-8 punti si è ridotto ma è pur sempre il più alto tra i paesi Ocse e corrisponde grosso modo a 20 giorni di lavoro gratis rispetto al 2021, a parità di potere d’acquisto».

Altro dato rilevante, in Italia, il tasso di disoccupazione si è attestato al 5% nel maggio 2026, che rappresenta un minimo storico, in linea con la media Ocse (4,9%). Da noi il tasso di disoccupazione è diminuito di 1,5 punti percentuali nell’ultimo anno, in controtendenza rispetto al quadro generale osservato nella zona Ocse, dove la disoccupazione ha registrato un aumento in circa due terzi dei suoi Paesi. L’Italia fa parte del ristretto gruppo di Paesi dell’Europa meridionale – insieme a Grecia, Portogallo e Spagna-, in cui la disoccupazione ha continuato a diminuire.

Nel contempo il tasso di occupazione ha raggiunto il livello record del 62,8% nel primo trimestre del 2026, ma rimane ancora circa 9,3 punti percentuali sotto la media Ocse (72,1% nel primo trimestre del 2026), un valore tra i più bassi nei Paesi dell’Ocse. Il divario è particolarmente forte tra le donne e i giovani. Da notare, poi, che in Italia nell’ultimo anno c’è stato un rallentamento nella crescita del tasso di occupazione, al contrario dell’aumento sostenuto degli altri Paesi dell’Europa meridionale.

In Italia, sono particolarmente forti i divari territoriali: il tasso di disoccupazione nel quintile delle province con i risultati peggiori è più di quattro volte superiore a quello del quintile con i risultati migliori, a fronte di una media Ocse di circa due. Anche se dall’inizio degli anni 2010, le disparità territoriali nei tassi di occupazione si sono ridotte del 10,4 % rispetto alla media nazionale, in linea con la maggior parte dei Paesi dell’Ocse. «La crescita dell’occupazione sta avvenendo in Italia più lentamente rispetto ad altri Paesi – aggiunge Garnero -, ma c’è stata una convergenza con le regioni del Sud per la crescita dell’occupazione».

Il Report sottolinea anche che la mobilità del lavoro è frenata da clausole di non concorrenza: in Italia tra il 7% e il 18% dei dipendenti del privato è vincolato, rispetto a una media tra il 20% e il 30% nei Paesi Ocse. Le imprese italiane segnalano una tendenza al rialzo, segno di un crescente ricorso alle restrizioni contrattuali nel mercato del lavoro italiano.

«La mobilità volontaria “Job to Job” è una delle chiavi per far crescere la produttività – aggiunge Garnero -, è un’area su cui intervenire a vantaggio di lavoratori e imprese, sostenendo la formazione anche di chi ha già un posto di lavoro e favorendo la portabilità di diritti come il welfare aziendale».

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