Rai, Mediaset e Sky al 67% ma piattaforme in crescita e ormai quarto polo

Netflix, Dazn, Amazon e Disney+ valgono il 23,3% delle risorse del mercato Tv. Copertura in fibra ottica salita al 77,6% delle famiglie ma tasso di adozione a 1 Giga fermo all’11,8%

Rai, Sky e Mediaset conservano il comando, ma il loro recinto si restringe. I tre maggiori operatori controllano ancora il 67% del mercato italiano della Tv: Rai al 26,6%, Comcast-Sky al 22%, Fininvest-Mediaset al 18,5%. Una fotografia che restituisce la forza degli incumbent, ma anche il ritmo con cui il baricentro si sta spostando. Netflix, Dazn, Timvision, Amazon e Disney+ valgono il 23,3% delle risorse del mercato Tv (+11 punti rispetto al 2021). Non sono più ospiti del sistema: sono il quarto polo, capace di catturare pubblico e abbonamenti.

La Relazione annuale dell’Agcom, presentata da Giacomo Lasorella al Parlamento, racconta un mercato meno stabile di quanto appaia. La televisione resiste, Internet incassa e i quotidiani precipitano. Il dato più brutale riguarda proprio questi ultimi. Nel 2025 la diffusione delle copie cartacee è crollata a 1,2 milioni al giorno, il 9,3% in meno in un solo anno e quasi un decimo rispetto all’inizio del secolo. I ricavi delle imprese editoriali sono scesi del 7,9%; quelli derivanti dalla vendita dei quotidiani, anche digitali, dell’8,7%. I prodotti collaterali hanno perso il 23,6%, la pubblicità il 5,7%. Senza fondi pubblici, ormai vicini al 10% delle risorse del comparto, ha evidenziato il presidente Agcom, una parte dell’editoria sarebbe già oltre il confine della sostenibilità.

Quanto al settore televisivo ha raggiunto 8,9 miliardi di euro di ricavi, in aumento dello 0,6%. Le offerte a pagamento, online e tradizionali, rappresentano la prima fonte di finanziamento con il 43,6%; seguono la pubblicità, scesa al 34,5%, e i fondi pubblici, tra cui il canone Rai, al 21,9%. È la conferma che il denaro si muove sempre più verso l’accesso ai contenuti e meno verso l’interruzione pubblicitaria.

La televisione resta il gigante dei media tradizionali, con il 74,1% delle risorse; quotidiani e periodici scivolano sotto il 21%. Ma la vera linea di frattura non passa più tra tv e stampa. Corre tra operatori nazionali e piattaforme globali. Nel Sistema integrato delle comunicazioni, Google è già al secondo posto dietro la Rai con l’11,8%; Meta supera l’8%. La pubblicità online vale 7 miliardi e cresce del 12,2%, mentre quella dei mezzi tradizionali resta ferma attorno a 5 miliardi.

L’intelligenza artificiale aggiunge un nuovo livello allo squilibrio. Le answer engines sostituiscono i motori di ricerca tradizionali: l’utente non clicca più il link, riceve una risposta sintetica. Per Lasorella, «la fornitura di una risposta fondata sull’intelligenza artificiale, in luogo di un rinvio ad una pluralità di fonti rischia di per sé di impoverire la pluralità delle voci del dibattito pubblico». È un passaggio industriale prima ancora che tecnologico. Se le piattaforme assorbono i contenuti, li riassumono e trattengono il traffico, gli editori sostengono i costi della produzione giornalistica e perdono lettori, pubblicità e abbonamenti.

Su richiesta della Fieg, l’Agcom ha segnalato alla Commissione europea che l’uso di sintesi generate dall’IA, senza consenso e remunerazione adeguati, può configurare «un rischio sistemico di lesione del principio del pluralismo». Oggi si riunirà per la prima volta il tavolo volontario tra editori e piattaforme istituito dall’Autorità. Si discuterà di trasparenza, utilizzo dei contenuti giornalistici ed equa remunerazione, anche per le applicazioni di IA generativa. E il confronto inevitabilmente parte in salita.

Nelle telecomunicazioni, più che la crescita di valore complessivo del comparto (+4,5% a quota 29,5 miliardi di euro), forse fa notizia il divario persistente tra la copertura del territorio con la banda ultralarga e l’effettiva diffusione di abbonamenti tra le famiglie. A fine dicembre 2025 la copertura Ftth (fibra ottica fino alle abitazioni) ha raggiunto il 77,6% delle famiglie italiane, con un incremento di 6,9 punti percentuali rispetto al 2024, frutto anche delle politiche pubbliche compresi i progetti del Pnrr.

Se si guarda però alla diffusione dei servizi a larga banda, la penetrazione è di circa 32,9 linee, residenziali e affari, ogni 100 abitanti, valore che scende al 30,5 considerando le linee tecnologicamente più performanti (Vdsl, Ftth e fixed wireless access). Il dato scende ancora – a 27,6 linee per 100 abitanti – per le connessioni con velocità commercializzate da 100 Mbit/s in su, mentre passa a 11,8 linee per 100 abitanti per i collegamenti a 1 Gbit/s. In altre parole, osserva l’Agcom, «la capacità del sistema di convertire l’infrastruttura disponibile in attivazioni reali di contratti, resta una priorità per garantire uno sviluppo della rete, esteso a tutte le aree e a tutti i segmenti socio-economici del Paese».

Tornando ai dati complessivi del comparto, la rete fissa – grazie alla fibra ma anche a servizi integrati di Ict, dal cloud all’internet of things – resta in una fase di crescita robusta (+7,2% rispetto al 2024) mentre al contrario la rete mobile continua a calare, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti (-0,6% di poco sotto gli 11 miliardi).

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