Spagna, la nuova generazione prova a salvare la campagna con dati e robot

Dalla trasformazione alimentare alla digitalizzazione degli allevamenti, una nuova generazione di imprenditori sta reinventando l’agricoltura spagnola. Ma il ricambio generazionale continua a scontrarsi con ostacoli strutturali come l’accesso alla terra, la redditività e lo spopolamento delle aree rurali

L’agricoltura europea si trova davanti a una delle sfide più importanti dei prossimi decenni: garantire il ricambio generazionale in un settore in cui l’età media degli imprenditori continua ad aumentare, mentre sempre meno giovani scelgono di investire nella terra. Ma dietro un problema comune si nascondono realtà molto diverse. In Spagna il nodo principale è l’accesso ai terreni agricoli, in Italia la multifunzionalità è diventata il motore di nuovi modelli di impresa, mentre Grecia e Francia affrontano sfide legate rispettivamente alla frammentazione aziendale e alla competitività delle produzioni. Attraverso dati, analisi e testimonianze raccolte sul campo, questa serie di reportage, realizzata nell’ambito del progetto europeo PULSE, racconta come quattro Paesi del Mediterraneo stanno cercando di costruire il futuro dell’agricoltura europea partendo dalle nuove generazioni. Dopo la puntata sull’Italia, di seguito il reportage sulla Spagna.

Per decenni la campagna spagnola ha raccontato una storia di spopolamento e invecchiamento. Oggi quella storia non è cambiata, ma sta emergendo una nuova generazione che prova a riscriverla. Non sono soltanto agricoltori o allevatori: sono imprenditori che trasformano il latte in formaggi artigianali, aprono le aziende alle scuole, investono nella robotica, utilizzano i dati per gestire le mandrie e costruiscono modelli di business capaci di integrare produzione, trasformazione, vendita diretta e turismo rurale.

Il ricambio generazionale è diventato una delle priorità della politica agricola spagnola. Il motivo è semplice: circa il 40% dei titolari delle aziende agricole ha più di 65 anni, mentre meno del 9% ha meno di 41 anni. Un disequilibrio che riflette una tendenza comune a tutta Europa e che rischia di mettere a repentaglio non solo la produzione agricola, ma anche la tenuta economica e sociale delle aree rurali.

Per questo il governo di Pedro Sánchez ha annunciato nuove misure per facilitare l’accesso dei giovani alla terra, creando una piattaforma nazionale per censire i terreni disponibili e valutando la messa a disposizione di circa 17 mila appezzamenti pubblici inutilizzati. Madrid intende inoltre chiedere che una quota specifica dei fondi della Politica agricola comune venga destinata al ricambio generazionale.

Ma la terra, da sola, non basta.

Negli ultimi anni il dibattito sull’agricoltura europea si è concentrato soprattutto sulla redditività delle aziende, sulle proteste degli agricoltori, sul Green Deal e sulla sicurezza alimentare. Molto meno spazio è stato dedicato a una domanda destinata a diventare decisiva nei prossimi decenni: chi coltiverà la terra quando l’attuale generazione di agricoltori andrà in pensione?

In Spagna la questione assume una dimensione particolare. È uno dei principali produttori agricoli dell’Unione europea, leader mondiale nell’olio d’oliva, tra i maggiori esportatori di ortofrutta e uno dei pilastri dell’agroalimentare mediterraneo. Eppure, come gran parte dell’Europa meridionale, convive con un progressivo svuotamento delle aree interne. Interi comuni perdono popolazione anno dopo anno, mentre l’età media degli agricoltori continua ad aumentare.

Il ricambio generazionale, però, non significa semplicemente convincere qualche giovane a restare in campagna: significa ripensare completamente il modello economico delle aziende agricole. Le storie raccolte tra Andalusia e Cantabria raccontano proprio questo passaggio: la nascita di una nuova figura professionale che unisce competenze imprenditoriali, tecnologiche e ambientali.

È una trasformazione che, secondo l’Associazione per lo sviluppo rurale dell’Andalusia (ARA), sta già cambiando il volto di molte aree interne.

«Negli ultimi decenni è stato compiuto un enorme sforzo da parte di tutti gli attori del mondo rurale e oggi non c’è mai stato un riconoscimento così importante del ruolo delle aree rurali», spiega un portavoce dell’associazione. Un riconoscimento che, tuttavia, non cancella gli squilibri tra città e campagne, ancora molto marcati in diverse regioni del Paese.

L’Andalusia rappresenta un osservatorio privilegiato. Quasi il 90% della sua superficie è classificata come rurale e quasi la metà della popolazione vive ancora fuori dai grandi centri urbani. Sono oltre 700 i comuni rurali della regione e circa due milioni i giovani che vivono in questi territori. Una massa critica che rende il loro coinvolgimento decisivo per il futuro economico della regione.

Per decenni, tuttavia, il messaggio implicito rivolto ai ragazzi è stato uno solo: studiare significava andarsene.

«Molti giovani continuano a pensare che nelle aree rurali non esistano opportunità e che tutto sia più facile in città», continua il portavoce ARA. «Alla permanenza viene attribuito meno valore rispetto alla scelta di partire. È giusto uscire, formarsi, fare esperienza, ma la vera sfida è riportare quel capitale umano nei territori rurali per creare nuove economie compatibili con le trasformazioni in corso».

Il ritorno alla terra non coincide dunque con un ritorno al passato. I giovani che decidono di rientrare non vogliono replicare il modello agricolo dei loro genitori. Cercano spazi di coworking, reti imprenditoriali, startup, digitalizzazione, economia circolare. Sono molto più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e dell’inclusione sociale e considerano l’azienda agricola come un’impresa da sviluppare, non semplicemente da ereditare.

In questo processo i fondi europei hanno svolto un ruolo importante. Da oltre trent’anni i programmi LEADER finanziano la modernizzazione delle imprese rurali e sostengono la nascita di nuove attività economiche. I progetti finanziati spaziano dai laboratori agroalimentari alle imprese digitali, dalle cooperative alle iniziative di enoturismo, fino ai centri giovanili e ai luoghi di aggregazione. Non si tratta soltanto di sostenere l’agricoltura, ma di rendere i piccoli comuni luoghi in cui sia possibile costruire un progetto di vita.

Perché il problema, spiegano ancora dall’associazione, non è soltanto trovare un lavoro. I giovani chiedono case, trasporti efficienti, servizi, spazi pubblici, luoghi di incontro. In altre parole, chiedono che vivere in un paese non significhi rinunciare alle opportunità offerte dalla città. È una sfida che va ben oltre il settore agricolo e riguarda il futuro stesso della Spagna rurale.

Ma se l’Andalusia racconta la strategia, è in Cantabria che questa trasformazione prende forma concreta. Qui, tra pascoli verdi e piccoli allevamenti a conduzione familiare, una nuova generazione di imprenditori agricoli sta sperimentando modelli produttivi radicalmente diversi da quelli dei propri genitori. C’è chi ha trasformato il vecchio allevamento di famiglia in un caseificio artigianale aperto alle scuole e chi gestisce centinaia di bovini attraverso robot, sensori e applicazioni installate sullo smartphone. Due storie diverse, unite dalla stessa convinzione: il futuro dell’agricoltura non passa dalla nostalgia, ma dall’innovazione.

In Cantabria Luis Pérez Portilla, 35 anni, ha trasformato l’azienda di famiglia in un laboratorio di innovazione. I nonni allevavano bovini, mentre la generazione successiva aveva progressivamente abbandonato l’attività. Lui e il fratello hanno scelto un percorso diverso: studiare, fare esperienza all’estero – Luis ha lavorato in Francia imparando dai migliori produttori caseari – e poi tornare.

Il ritorno, però, non ha significato semplicemente raccogliere l’eredità familiare. Nel 2018 i due fratelli hanno aperto il caseificio El Pendo, introducendo vacche Jersey, più adatte alla produzione casearia, e scegliendo di trasformare direttamente parte del latte prodotto. Oggi l’azienda non vende soltanto materia prima: produce formaggi artigianali, gestisce la distribuzione, partecipa ai mercati locali e organizza visite didattiche per scuole e famiglie.

«Dobbiamo diversificare. Il nostro obiettivo non è semplicemente pareggiare i conti, ma riuscire a vivere di questo lavoro», racconta Luis. La loro azienda integra la vendita del latte all’industria con la trasformazione, la vendita diretta, la produzione di carne e le attività educative, un modello che oggi permette di sostenere tre famiglie. Anche gli scarti della lavorazione vengono recuperati: il siero residuo viene utilizzato come fertilizzante, in un’ottica di economia circolare.

Per Luis, però, innovare significa anche ricostruire il rapporto tra consumatori e agricoltura. «Dobbiamo educare i consumatori del futuro», spiega, raccontando le visite organizzate con le scuole. Secondo lui, la grande distribuzione ha reso i consumatori sempre più inconsapevoli dell’origine dei prodotti e del lavoro necessario per produrli. «Quando qualcosa è fatto a mano, il prezzo non può essere lo stesso», osserva, ricordando che anche un piccolo caseificio deve rispettare gli stessi standard sanitari e qualitativi di una grande industria.

Ma le sfide restano numerose. La volatilità dei prezzi, i costi di produzione, le tensioni internazionali e la difficoltà di garantire redditività mettono sotto pressione soprattutto le aziende di piccole dimensioni. A preoccupare Luis è anche il futuro del settore: «La cosa peggiore che potrebbe accadere è perdere la nostra sovranità alimentare». Eppure, nonostante le difficoltà, continua a credere nel proprio lavoro. «Per me la campagna non è semplicemente un mestiere: è un’eredità».

Se il caseificio di Luis Pérez racconta come aumentare il valore aggiunto della produzione, l’azienda di Gonzalo Vázquez mostra invece come la tecnologia stia cambiando il mestiere dell’allevatore.

Nella sua azienda di El Tejo, in Cantabria, vivono circa 300 capi di bestiame, 150 dei quali destinati alla produzione di latte. Ogni giorno vengono munte circa 5 mila litri di latte, ma il lavoro quotidiano è molto diverso da quello che svolgeva la generazione precedente. Le vacche vengono munte da due robot automatici e ciascun animale indossa un collare intelligente che dialoga con un’applicazione installata sullo smartphone dell’allevatore. Sul telefono Gonzalo controlla in tempo reale quante volte ogni vacca è stata munta, quanto latte ha prodotto, quanto tempo ha trascorso a camminare, a riposare o a ruminare, oltre a eventuali anomalie che potrebbero segnalare problemi di salute.

«Cerchiamo di migliorare continuamente per poter vivere della terra, ma in condizioni migliori rispetto al passato», racconta. È stato lui, dopo aver rilevato l’azienda di famiglia nel 2010, a decidere di investire nella robotizzazione della mungitura e in sistemi automatizzati per la pulizia della stalla. Tecnologie che non eliminano il lavoro dell’allevatore, ma gli consentono di concentrarsi maggiormente sulla gestione dell’azienda e di conciliare meglio vita privata e attività lavorativa. «Oggi possiamo supervisionare il lavoro, non soltanto svolgerlo», spiega.

La digitalizzazione, tuttavia, non risolve il problema che Gonzalo considera il più urgente per il futuro dell’agricoltura spagnola: trovare terra su cui lavorare.

Come Luis, anche lui individua nell’accesso ai terreni il principale ostacolo all’ingresso dei giovani nel settore. Da una parte migliaia di agricoltori si avvicinano alla pensione senza avere un successore; dall’altra, chi vorrebbe avviare un’attività incontra enormi difficoltà ad acquistare o affittare i terreni. «Manca un collegamento tra chi lascia l’attività e chi vorrebbe entrarci», osserva.

In alcune aree della Cantabria il problema è aggravato dalla crescente domanda immobiliare. L’interesse di acquirenti provenienti dalle città, attratti dalle seconde case nelle aree rurali, ha fatto salire il prezzo dei terreni agricoli. «Anche se volessi ampliare l’azienda, spesso non posso farlo perché i terreni non sono in vendita oppure hanno raggiunto prezzi troppo elevati», racconta.

È un fenomeno che va oltre la singola azienda e che spiega perché il governo spagnolo abbia posto l’accesso alla terra al centro della propria strategia per il ricambio generazionale. Gli incentivi economici e i fondi della Politica agricola comune rischiano infatti di essere insufficienti se i giovani non riescono, prima di tutto, a trovare un’azienda da rilevare o un terreno su cui investire.

Alla questione fondiaria si aggiunge quella della redditività. Gonzalo vende il latte all’industria a circa 60 centesimi al litro e sottolinea come il consumatore sia spesso poco consapevole del lavoro necessario per arrivare al prodotto finale. «Continuiamo a dover dare valore ai nostri prodotti», dice, ricordando che il settore primario è quello che continua a garantire il cibo sulle tavole dei cittadini.

Per questo guarda già al passo successivo. Dopo aver automatizzato buona parte dell’allevamento, il suo obiettivo è aumentare ulteriormente il valore aggiunto trasformando direttamente almeno una parte della produzione. È la stessa direzione intrapresa da molti giovani agricoltori spagnoli: non limitarsi a produrre materie prime, ma controllare una quota sempre maggiore della filiera, dalla trasformazione alla commercializzazione.

Le storie di Luis e Gonzalo mostrano due percorsi diversi, ma convergenti. Il primo ha scelto di differenziare il reddito puntando sulla trasformazione alimentare e sul rapporto diretto con il consumatore; il secondo ha investito nella tecnologia per aumentare efficienza e qualità della vita. Entrambi, però, individuano gli stessi ostacoli: difficoltà di accesso alla terra, margini economici ridotti e la necessità di restituire valore sociale ed economico al lavoro agricolo. È su questi nodi che si gioca il futuro del ricambio generazionale in Spagna.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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