Alla Fondazione Serralves la mostra

Vexation of Spirit che riunisce opere della Collezione Duerckheim per riflettere sui temi della guerra, della religione e della società attraverso lo sguardo dell’arte contemporanea

(Porto) – Il bello, lasciato solo, rischia di diventare decorazione, mentre le bellezza comincia spesso dove finiscono la consolazione e l’ordine, perché ha bisogno della crepa, della ferita e dell’imperfezione. Charles Baudelaire scriveva che “il bello è sempre bizzarro”, una definizione che continua a suonare sorprendentemente moderna, perché suggerisce che l’armonia, per essere autentica, debba conservare qualcosa di irriducibile e di inquieto. È questo il sentimento che accompagna Vexation of Spirit. The Duerckheim Collection x Serralves, la grande mostra ospitata dalla Fondazione Serralves di Porto fino al 6 novembre 2026. Il titolo proviene dall’Ecclesiaste, da quella “vessazione dello spirito” che attraversa la condizione umana molto prima della psicoanalisi e della filosofia contemporanea. Non esiste parola più adatta per introdurre una collezione che parla di religione, di guerra, colpa, memoria, violenza e di redenzione senza cedere né al moralismo né all’estetizzazione del dolore.

La raccolta del conte Duerckheim, costruita nell’arco di quarant’anni, è considerata una delle più importanti collezioni private europee di arte contemporanea. Novanta opere di trentaquattro artisti compongono un itinerario che attraversa gli ultimi settant’anni della storia occidentale come se fosse un unico grande racconto morale. Francisco de Goya sembra tendere la mano ad Anselm Kiefer; Gerhard Richter conversa con Sigmar Polke; Damien Hirst, Gilbert & George, Antony Gormley, Zhang Huan e Jake e Dinos Chapman abitano lo stesso spazio senza che le differenze stilistiche diventino mai una distanza. Quale immagine può ancora raccontare l’uomo dopo le grandi fratture del Novecento? E’la domanda che li unisce. 

Umberto Eco, nella sua Storia della bruttezza (La nave di Teseo), ricordava che il brutto possiede una sua dignità estetica quando riesce a rivelare una verità. Qui la bruttezza non è provocazione, né esercizio di cinismo, ma il linguaggio necessario per raccontare un secolo che ha conosciuto Auschwitz, Hiroshima, i totalitarismi, le guerre civili, il terrorismo e la dissoluzione delle certezze religiose e politiche. Il bello non viene negato, ma costretto a cambiare forma.

Forse la bellezza non coincide con ciò che rassicura, ma con ciò che continua a interrogare lo sguardo quando il primo stupore è già finito. L’arte, in quelle sale, torna a essere una questione spirituale nel significato più antico: quello che riguarda l’uomo quando si trova davanti ai propri limiti. Rainer Maria Rilke lo aveva intuito con una delle definizioni più folgoranti della modernità: “Il bello non è che l’inizio del terribile che possiamo ancora sopportare”, è mai grande fu più adatta per descrivere questa mostra, ospitata in un posto – la Fondazione Serralves, una delle grandi meraviglie di Porto e, senza esagerazione, uno dei complessi museali più riusciti d’Europa – che ci mette del suo. Progettato da Álvaro Siza Vieira, emerge dal verde con la discrezione delle architetture destinate a durare. I volumi bianchi catturano la luce atlantica, le finestre trasformano gli alberi in quadri viventi, il silenzio diventa parte integrante della visita mentre attorno si distendono il grande parco, la villa Art Déco, i giardini geometrici, i boschi e i laghetti con opere – tra le tante di Maurizio Cattelan e Anish Kapoor – in un equilibrio quasi miracoloso tra natura e progetto. 

Anche Porto sembra condividere questa grammatica della misura. Città di granito e di azulejos, di salite improvvise e scorci sul Douro, conserva una malinconia luminosa che la distingue da ogni altra capitale europea del turismo. Nel quartiere di Lordelo do Ouro, dove sorge Serralves, il rumore del centro lascia il posto al verde e alla vicinanza dell’oceano, la  luce cambia, l’aria si fa più umida, il tempo rallenta. Il 2026 sarà ricordato come un anno eccezionale per Serralves, con le grandi mostre dedicate a Frank Gehry, Lee Ufan, Alice Neel e Jenny Holzer.

Eppure Vexation of Spirit sembra custodirne il nucleo più profondo, perché affronta la domanda che ogni museo d’arte contemporanea dovrebbe avere il coraggio di porre: quale forma può assumere la bellezza dopo la perdita dell’innocenza? Forse la risposta è proprio nel paradosso da cui tutto prende avvio. La bruttezza, quando attraversa il filtro dell’arte, smette di essere l’opposto della bellezza e ne diventa una delle sue possibilità più alte, continuando a lavorare dentro chi guarda.

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