
Pochi spettacoli di danza contemporanea sono diventati talmente “iconici” da generare pattern di movimento replicabili da chiunque grazie a tutorial facilmente reperibili nel web. Il caso più famoso è quello di Nelken di Pina Bausch, creato nel 1982 ed entrato a tal punto nell’immaginario collettivo che, dopo la morte della coreografa, la Pina Bausch Foundation ha autorizzato la diffusione globale della Nelken Line, consentendo a tutti di cimentarsi, sulle note di West End Blues di Louis Armstrong, nella celebre camminata accompagnata dai gesti delle braccia e delle mani che simboleggiano le quattro stagioni.
Un anno dopo il debutto di quel caposaldo del teatrodanza, Anne Teresa de Keersmaeker presentava a Bruxelles il suo Rosas danst Rosas, destinato a diventare anch’esso uno spettacolo leggendario, del quale chiunque, attraverso un tutorial disponibile nel sito della compagnia, può imparare la sequenza del secondo movimento, quello delle sedie. Ripreso innumerevoli volte dalla compagnia Rosas, che ha preso il nome proprio dallo spettacolo, è stato riproposto nei giorni scorsi al festival Bolzano Danza nella nuova edizione interpretata da quattro straordinarie danzatrici di “quinta generazione”: Jasmine Achtari, Eva Galmel, Nina Godderis, Momiji Kuromaru.
Come ogni capolavoro che entri a far parte dell’empireo dei classici, Rosas danst Rosas rinnova ad ogni esecuzione il piacere della scoperta di nuovi dettagli e significati. Al di là della sorprendente perizia esecutiva, della maniacale architettura che de Keersmaeker ha costruito incastrando diagonali, linee di fuga, equilibri dinamici, suddividendo il pezzo in quattro parti che rappresentano le fasi e i diversi temperamenti di una giornata, lo spettacolo, denso e stratificato, mantiene ancora oggi una certa dose di mistero.
Ritmata sui respiri delle danzatrici e poi sulle musiche algide e martellanti di Thierry De May e Peter Vermeersch, la coreografia è la quintessenza di quell’estetica minimalista che negli anni ’80 ha influenzato molta danza contemporanea. Un astrattismo dal cuore umano, che nel rigore della griglia geometrica lascia spazio a venature di sensualità e delicatezza. L’alternarsi di cadute e riprese, gli slanci vorticosi e i gesti di quotidiana semplicità – come sistemarsi i capelli, coprirsi e scoprirsi una spalla, incrociare gli sguardi con complicità, accavallare le gambe, poggiare il mento sulla mano – costituiscono quel campionario di gesti minimali e quel concentrato di energia vitale che hanno spinto a considerare Rosas danst Rosas un inno alla femminilità, una sorta di codice segreto a disposizione di chi voglia decifrarlo. L’opera non si esaurisce infatti nella sua pur accattivante partitura gestuale, si percepisce qualcosa di più sfuggente e allo stesso tempo empaticamente efficace: la reiterazione ossessiva dei gesti al limite di un meccanicismo industriale, l’iperbole motoria che culmina nello sfinimento, l’alternarsi di esaltazioni estatiche e prostrazione, di quiete e frastuono, producono un che di perturbante invitando ad approfondire i livelli di lettura.
Il reenactment di coreografie del passato sta diventando un fenomeno sempre più frequente e dovrebbe far riflettere sulla necessità che gli artisti della danza avvertono di interrogare il passato per decodificare un presente complesso e problematico.
Olivier Dubois ha voluto riproporre in prima italiana al festival di Bolzano, che dirige insieme ad Anouk Aspisi, una nuova edizione “al femminile” del suo Les Mémoires d’un seigneur, che è diventato Les Mémoires d’une seigneure. Undici anni dopo il debutto della prima edizione, queste Memorie mantengono tutta la forza di un manifesto politico che pone sotto i riflettori i rapporti controversi tra individuo e collettività.
Diviso in più movimenti raggruppati in tre grandi temi – tirannia, insurrezione e civiltà – lo spettacolo vede contrapposta una figura femminile, interpretata con grande abilità da Marie-Laure Caradec, a una moltitudine di donne in blue jeans, 45 per la precisione, prima a torso nudo, poi in reggiseno e infine con una t-shirt verde. Questo confronto tra la forte personalità della donna, forse un tiranno, forse una leader che ha il compito di guidare la massa verso la civiltà, si apre a diverse interpretazioni sui rapporti di potere, sulla forza applicata alla ricerca del bene comune.
Alternando plateali assoli di autoesaltazione a momenti di travolgente coinvolgimento collettivo, lo spettacolo fa leva su impressionanti figurazioni di massa, corse all’impazzata da una quinta all’altra, danze orgiastiche di baccanti inferocite o amazzoni agguerrite. È un invito a ribellarsi, a cercare nella coesione giustizia e riscatto, ma forse, come suggeriscono alcuni versi che si ascoltano nell’epilogo dello spettacolo, è anche una riflessione sul percorso individuale che ognuno dovrebbe compiere per armarsi di coraggio e riprendere in mano la propria vita: «Su! Armati, cuore mio! (…) Va’ e prendi una spada (…) Tutto sembra così complicato. Eppure tutto è così semplice».
Il festival Bolzano Danza prosegue fino al 31 luglio, tra l’altro con la prima italiana (lunedì 27) di Ruda della coreografa argentina Ayelen Parolin, ispirato al carnevale di Buenos Aires e alle tradizioni della murga e della cumbia.
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