
Già dalla sua storica intestazione Mittelfest si rivela come una rassegna che vuole collocarsi al centro di geografie diverse, tenendo come punto fermo Cividale del Friuli, dove si svolge la gran parte del programma, ma guardandosi intorno e rintracciando le linee di confine attuali tra l’Italia e l’Europa, con i tanti cambiamenti che questi tracciati hanno subito nella storia. Quindi a partire dal confine italiano la manifestazione si muove, sin dalla sua prima edizione del 1991 guardando al cuore del Vecchio Continente e all’est frastagliato e sempre politicamente inquieto. Ma c’è un altro confine sul quale questa edizione del Festival, l’ultima firmata da Giacomo Pedini dopo sei anni di direzione, vuole indagare, un limite più inafferrabile e misterioso, quello della paura. Proprio su questo tema il Direttore Artistico ha impostato il ricco e articolato calendario di manifestazioni, tra teatro, musica, danza,circo e cinema, che sì è svolto a partire dal 14 luglio e che questa sera chiude i battenti. E, se è proprio l’attuale geografia del mondo a suggerirci inquietudini, allarmi continui, preoccupazioni profonde, con brividi di guerra che corrono da una parte all’altra del pianeta e con le ondate di nazionalismo e di totalitarismo che attraversano il globo, si può anche decidere di mutare la nostra prospettiva di sguardo, e “se mentre osserviamo le cose” afferma lo stesso Pedini, “iniziassimo a vederle con nuovi strumenti e altri occhi, una qualche benevola sorpresa magari ci spetta. Se la paura che si annida nei nostri pensieri venisse superata dalle nostre azioni, un qualche miracolo magari si rivelerebbe. Invece di fuggirle, perchè non seguire ogni paura fin dove ci spinge? Perchè non accettare le sue avventure?”. Su questa traccia si è mosso il festival frontaliero accostando segni e suggestioni diverse, dalla riscrittura del Lo strano caso del Dr. Jeckill e del signor Hyde dal celebre romanzo di Stevenson adattato per le scene dal drammaturgo Federico Bellini e dal regista Fabio Condemi, con in scena Christian La Rosa, mentre nella coreografia Hold your horses di Josephine van Reenhen gli andamenti di una festa sembravano poi percorsi da brividi angosciosi, con corse affannose e mani intrecciate per cercare sicurezza, con sei interpreti che si stringevano in azioni di gruppo, per poi raccontarci anche momenti individuali in cui si faceva evidente l’assenza dell’altro. Così come le ardite volute acrobatiche del gruppo di Sophie Zoletnik e Lernaat Paar, provenienti da Budapest, creavano l’effetto “Mozzafiato” evocato dal titolo, tra la difficoltà di posizioni stabili e il desiderio di un respiro comune con il pubblico. Mentre in una singolare commistione di Teatro Butō e clown si muoveva Arman Kupelyan proveniente dalla Repubblica Ceca (vincitore della sezione giovani, Mittelyoung di quest’anno) con Chuck my life, e, sempre in ambito circense, Symbiosis del tedesco Kolia Hunek e dell’olandese Luuk Branties giocava le sue spericolate dinamiche in una sorta di indagine sull’equiilibrio e lo squilibrio dell’uomo tra gli elementi della natura, e ancora il terzetto Laurent Barboux, Lionel Becimol, Alexandre Demay indagava sull’arte del clown e sui suoi abissi di umanità. Così su quel doppio confine di cui dicevamo, tra le linee delle carte geografiche e quelle delle incertezze interiori, si muoveva anche Bébi. Il primo amore, qui al debutto assoluto, trasposizione scenica del romanzo dell’ungherese Sandor Marai realizzata da Andrea Bosca, con un triangolo di relazioni complesse tra un insegnate. un suo studente e una sua allieva. Mentre a parlarci della paura del corpo, soprattutto rispetto agli schemi della femminilità provvedeva Nina Evelyn Pfuller, proveniente dalla Svizzera, con il suo Adam’s apple, andando a cercare in quel frutto l’origine dell’insicurezza della donna costretta in ruoli e in immagini determinate dallo sguardo maschile. Così Una madre coraggio, scritto da Michele Santeramo e interpretato da Laura Marinoni con la regia di Gianluca Barbadori elaborava un interessante riflessione evocando la celebre figura brechtiana. Ma come affermava Pedini, bisogna trasformare la paura, vincerla, rovesciarla in un senso che ci indichi qualcosa di inatteso. La dimostrazione di questo pensiero era nello spettacolo Chi perdona, dove l’unione del sudafricano Greg Homann con Jeton e Blerta Nezirai provenienti dal Kosovo, consentiva di tornare sul tema della possibilità di cancellare il rancore e il bisogno di vendetta per i delitti e le stragi più atroci, come quelli accaduti nelle terre di provenienza di questi artisti, per ritrovare una via di pace e di nuova convivenza. Lo stesso corpo può essere poi considerato un confine dietro il quale si annidano fragilità e incertezze, ne dava prova Dialogues in the dream riflessione coreografica su maschera e individuo creata da Joseph Nadj e Ivan Fatjo su musiche di Cage, da accostare alla produzione di Caterina Mochi Sismondi Coppelia, un ballet mecanique, sull’identità della fisicità e sulle figure meccaniche che vorrebbero riprodurne funzioni e movimenti. Mentre Marco D’Agostin col suo Best regards raccontava, con le sue dinamiche e le sue traiettorie, il tentativo di scrivere una lettera indirizzata a chi non risponderà mai, e ancora Pop di Nicola Galli montava azioni coreografiche per bambini e famiglie. Ancora per il teatro Il drammaturgo Croato Ivor Martinic, affiancato dal regista Aleksandar Švabić cpn gli attori del ZKM Theatre di Zagabria poneva sotto il nostro sguardo una famiglia costretta a prendere decisioni atroci, mentre su una ferita profonda, seppur dimenticata della nostra storia indagava La strage di Vergarola di Paolo Valerio e dello storico Davide Rossi, sull’esplosione del 18 agosto del 1946 su una spiaggia vicino a Pola che causò diverse vittime, ma la cui origine non fu mai chiarita. Debutto nella giornata di chiusura per John and Joe di Agota Kristof portato in scena da due attrici della caratura di Manuela Mandracchia e Alvia Reale, pronte ad interpretare i due vagabondi creati dalla scrittrice ungherese come segno evidente delle dissonanze del capitalismo contemporaneo.
Si chiude questa sera anche il ricchissimo cartellone musicale della rassegna, dove a cadere sono proprio i confini tra i generi, creando mescolanze e accostamenti inediti, così come nell’accostamento di un gruppo di violoncelli e una compagnia di danzatori in Otto archi, otto corpi della compagnia Arearea/Michael Gordon, o per l’incontro tra l’esploratore Alex Bellini che ragionava sull’idea di conoscere e scoprire nuove dimensioni e il live electronics di Luca Lagash. Di grande interesse è stata poi la riscoperta della composizione Façade in cui i versi sperimentali di Edith Sitwell si fondevano con la musica di Wiliam Walton grazie all’ Ensemble del Conservatorio Tomadini di Udine. Mentre musica e narrazione si intrecciavano per Una Traviata da cortile con la guida di Alessandro Baricco e la direzione musicale di Enrico Melozzi e nel celebre Pierino e il lupo di Prokof’ev con l’orchestra Italia Serbia diretta da Romolo Gessi. E ancora su una linea di delicata ironia si muoveva la tuba clownesca del duo Expectativa Zero. Accostamenti sorprendenti tra L’oud e il violino con Anaïs Drago e Peppe Frana, e, in uno degli appuntamenti più attesi, con Era di maggio in cui Alessio Boni proponeva il racconto di Flavio Santi dedicato a sogni e speranze vissuti da un ragazzo nel maggio del 1976 con le musiche originali di Damiano Drei eseguite da La Corelli. Un altro aspetto della paura emergeva da un’indagine nel demoniaco descritto da illustri musicisti come Liszt, Tartini e Strauss, proposta dal pianista Gabriele Strata e dal violinista Christian Sebastianutto, rispecchiato, sul fronte della tradizione, dalla proposta del gruppo balcanico Balkalar con le Ballate di paura delle terre d’origine dei musicisti. Molto spazio alla musica di origine popolare con gli scatenati gypsy-valacchi riuniti nel gruppo Romano Drom, il gruppo polacco ucraino dei Dagadana o i Duplina col loro repertorio sloveno e tedesco. E altrettanti brividi di inquietudine correvano con il concerto dedicato ai temi della caccia col trio Gimenez, Bevilacqua,Lellario e la voce narrante di Roberto Mercadini. Un taglio più tradizionale per una formazione di eccezione, Vasko Vassilev & Covent Garden Soloists Quintet, ma con accostamenti dal violino classico alla chitarra elettrica. Non mancava uno spazio di taglio cinematografico proprio in apertura della rassegna con due interessanti appuntamenti basati sulla ricostruzione di materiali d’archìvio, uno sull’impresa di Fiume tentata da Gabriele D’Annunzio, l’altro sul confine che divideva nel secolo scorso l’Italia dalla Slovenia con le immagini e le storie di sofferenza e di lontananza di tante persone collocate su territori diversi.
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