
Il progetto di Liberation Route Italia con l’adesione delle regioni Toscana ed Emilia Romagna: un itinerario da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto per non dimenticare cosa è stato il nazifascismo
Fu l’anno più drammatico, più sanguinoso e, al tempo stesso, l’anno di svolta per l’Italia sotto la dittatura nazifascista, con la liberazione di Roma, Firenze e – risalendo – dei luoghi più martoriati del Nord. Nell’estate del ’44, chi lottava per la democrazia che sarebbe arrivata di lì a pochi mesi pagò un prezzo altissimo. Non solo partigiani e soldati delle truppe alleate, ma anche civili inermi, donne e bambini furono uccisi con brutalità. Gli eccidi, che ogni anno ricordiamo in anniversari in cui il dolore per tanta ferocia si rinnova, sono una ferita destinata a non rimarginarsi.
Per tenere viva la memoria ma soprattutto per acquisire una consapevolezza profonda di che cosa è stato quel tornante della nostra storia, arriva l’iniziativa Cammino 44 di Liberation Route Italia: meritoria, istruttiva, esemplare nel senso etimologico del termine. Un esempio da seguire nel nostro territorio.Si tratta di un itinerario che, sin dal nome, porta in quell’anno cruciale, costruito dall’associazione lungo l’Appennino tosco-emiliano con la collaborazione delle Regioni Toscana ed Emilia Romagna (già in sé un elemento virtuoso: non sempre si riesce a realizzare progetti condivisi). Un percorso che si snoda su 188 chilometri: parte da un luogo simbolo come Sant’Anna di Stazzema (Lucca), e si conclude in un’area altrettanto significativa, il parco di Monte Sole (Marzabotto, provincia di Bologna). Nel mezzo si attraversano quattordici Comuni, non meno segnati dalla storia.
Finalmente, camminando tra i boschi e lungo i ponti, incrociando fiumi, giungendo in piccoli centri, sostando nella natura, si comprende che cosa sia stata la linea Gotica, la barriera difensiva tedesca che non è semplicemente una “linea”: ha la profondità di circa trenta chilometri e sfrutta la presenza di monti e corsi d’acqua. Nelle pieghe di questa terra si nascondono bunker, si scavano fossi e trincee, si allestiscono campi minati, si costruiscono fortificazioni: i tedeschi non si risparmiano, nella primavera del ’44, e alzano il tiro nei mesi successivi, quando la 16esima divisione delle SS comincia una vera e propria caccia all’uomo. Da sola sarà responsabile di una cinquantina di attacchi e di 1.500 morti.Lo iato tra la quiete e la bellezza di questi luoghi, lungo il cammino, e quello che lì si è vissuto 80 anni fa, è disarmante. Il verde, il cielo alto, il silenzio si scontrano con l’idea del terrore provato dalle famiglie, della spietatezza dei massacri. I rifugi con le gallerie lunghe chilometri, le feritoie da cui sparavano i fucili, il filo spinato, i muri anticarro recano le tracce della guerra: osservarle significa avvertire, con forza e immediatezza, l’insensata quotidianità del conflitto. Vuol dire anche essere motivati a saperne di più, a provare gratitudine per chi ha combattuto al fianco dei partigiani e delle partigiane: soldati di tante nazionalità (accanto agli americani e ai britannici) che spesso non consideriamo nelle nostre narrazioni. I brasiliani che liberano Camaiore, gli afroamericani in azione a Bagni di Lucca, i canadesi che si spingeranno, a dicembre, a Forlì e Ravenna. Con loro tutti gli altri.
L’emozione che si prova davanti alla chiesetta di Sant’Anna di Stazzema, in una pace quasi irreale, è indicibile. Acuita, più tardi, dal racconto di una sopravvissuta, Adele Pardini: aveva otto anni e perse la madre e le sue sorelle, tra le quali Anna, di quaranta giorni. Si commuove, nel rievocare l’eccidio, nonostante sia l’ennesima (dolorosa) testimonianza. Ogni anno lo ricordiamo, quel 12 agosto 1944. Ma esserci è diverso. Già è diverso arrivarci, immaginando l’approdo infido e terribile del nemico che aveva un unico obiettivo. E inorridendo nel figurarsi in quella piazzetta, davanti alla facciata del luogo sacro, le fucilazioni ripetute, poi le incursioni nelle case, le persone braccate senza possibilità di fuga. Sostare lì, nel silenzio, serve forse ancor più che visitare il vicino museo storico della Resistenza (utile, in ogni caso, per ricordare le fasi dell’estate del ’44). Dove gli oggetti di chi è stato sterminato, esposti in una teca, ci ricordano la vita interrotta senza un perché: una sveglia ferma alle 6:50 del mattino (l’ora dell’attacco), una bambola, un portafoglio, un cappello.
Sensazioni simili si provano al Parco di Monte Sole. Nel punto di accoglienza una grande carta aiuta a capire che cosa accadde nelle frazioni dei Comuni di Grizzana Morandi, Marzabotto e Monzuno. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre, i nazisti trucidarono centinaia di abitanti, distruggendo le case, bruciando i fienili e le stalle, cancellando la vita di chi coltivava i campi e allevava bestiame. Annientarono intere comunità e generazioni. Una brutalità tale da impedire la rinascita: nel dopoguerra a Monte Sole la vita non è più rifiorita. I villaggi non si sono ricostituiti, il trauma non si è superato. Restano pochi ruderi, sentieri e boschi. Al calar della sera, non si vedono luci. Un’assenza, inscritta nel paesaggio, che ottant’anni dopo colpisce non meno del grande sacrario di Marzabotto, con le lunghe file dei nomi e cognomi delle vittime.
Grazie al Cammino 44 non solo si ripercorre la storia, la si respira. Si onora la memoria, al di là delle parole.
Tredici tappe lungo l’Appennino
Sul sito dedicato, cammino44.it, si trovano tutte le informazioni sull’itinerario scandito da tredici tappe lungo l’Appennino tosco-emiliano: l’intero percorso copre 188 chilometri di sentieri e attraversa sedici Comuni (ma si può decidere naturalmente di farne solo un pezzetto, o più). Sono segnalati i luoghi di interesse e i livelli di difficoltà. Si tratta di un progetto transregionale (Toscana più Emilia Romagna), e si inserisce nella rete europea Liberation Route Europe, riconosciuta dal Consiglio d’Europa.
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