Il cedro, frutto del paradiso terrestre

In Calabria, nella Riviera dei Cedri, alla scoperta dell’Etrog cercato dai rabbini di tutto il mondo

In questo lembo di sud gli alberi non vengono lasciati diventare alberi. Vengono tenuti bassi, accompagnati, quasi educati, appoggiati a pergolati come convalescenti. Se crescessero liberamente, con la loro forza selvatica e quelle spine tremende, finirebbero per stritolare i frutti; e un cedro ferito, qui, non è soltanto un cedro brutto. È un Etrog imperfetto, un frutto che ha perduto il suo destino rituale.

È da questa piccola violenza amorosa — contenere la pianta perché il frutto resti integro — che comincia una storia sorprendente in quel della costa tirrenica cosentina. Da una cedriera: una geometria bassa di rami, foglie e frutti ovali dove l’agricoltura assume la precisione di una pratica liturgica.

I produttori lo chiamano “fattore K”, e giurano che sia il segreto di tutto come spiega Angelo Adduci, direttore del Museo del Cedro di Santa Maria del Cedro. Parla di queste piante come si parla di creature fragili, di antenati, di testimoni. Ogni tanto scivola nella storia, ogni tanto nel mito, ogni tanto nell’economia. Ma qui le tre cose, più che contraddirsi, sembrano sostenersi.

Per i rabbini che ogni estate arrivano da Israele, dall’Europa, dagli Stati Uniti, questo frutto non è un agrume. È un Etrog, il “frutto dell’albero più bello” prescritto per la festa di Sukkot. Deve essere integro, non innestato, conforme a criteri antichi e severissimi. Il peduncolo — quel piccolo picciolo che altrove nessuno guarderebbe — diventa una frontiera teologica: una volta, mi dice Adduci, su mille cedri uno lo conservava; oggi, grazie alla tecnica della pianta bassa, dieci su cento. Una cicatrice sulla buccia può cambiare il valore di tutto. La cedricoltura, in questa striscia di Calabria settentrionale, è agronomia applicata alla halakhah, la legge rituale ebraica.

E infatti il cedricoltore non coltiva: custodisce. «Deve guardare ogni singolo frutto crescere, coccolarlo», dice Adduci. «Non ci possono essere coltivazioni intensive». È il paradosso economico che rende unico questo comparto: vale proprio perché non può essere standardizzato. Ogni cedriera è un laboratorio artigianale, ogni raccolto una selezione quasi monastica.

Il cedro liscio-diamante — Citrus medica, il più antico degli agrumi, il cui fiore si chiama zagara e il cui nome, dicono qui, non viene dalla vicina Diamante ma dal fatto che il frutto somiglia a una pietra preziosa — non si mangia. Si lavora. Canditi per i panettoni dell’industria del Nord, essenze per le cedrate, basi per liquori, cosmetica. Negli anni Sessanta se ne producevano 160 mila quintali. Poi il lento franare: nel Duemila si era arrivati a duemila quintali, la soglia dell’estinzione. Il più antico degli agrumi stava semplicemente scomparendo dalla terra che porta il suo nome.

La resurrezione ha date precise. Expo 2015, quando il Consorzio portò il cedro a Milano: «Da allora il commercio si è centuplicato», racconta Adduci. Poi il 2017, l’anno del trauma e del miracolo: le gelate sembravano aver ucciso tutto, ma quando andarono per tagliare le piante scoprirono che dentro c’era ancora linfa. Ripartirono da lì, dalle coltivazioni intensive riprese proprio quell’anno, da figure come Franco Galiano, artista e intellettuale che qui chiamano “l’ultimo profeta del cedro”, e da un rabbino, Moshe Lazar, che ha riportato in vita il rapporto tra la cedricoltura calabrese e il mondo ebraico. Oggi la produzione è tornata a ventimila quintali. Nel 2023 è arrivata la DOP europea, la registrazione del “Cedro di Santa Maria del Cedro” su un’area di diciotto comuni del Cosentino, da Tortora a Cetraro. «Arrivare a quarantamila quintali sarebbe appena l’inizio», dice Adduci. «Abbiamo solo finito di iniziare».

Il dato più eloquente è un altro: il 60% della produzione è oggi destinato al mercato ebraico. Un frutto che non si può mangiare, e che vale soprattutto per la sua forma, tiene in piedi un’economia. Forse è l’unico comparto agricolo italiano in cui il prezzo lo fa la perfezione, non il peso.

Adduci racconta leggende che sembrano provenire da un Mediterraneo più antico delle carte geografiche: Mosè che ancora in Egitto avrebbe ricevuto l’ordine divino di piantare il cedro proprio in questo lembo di Calabria; rabbini che tramandano la memoria di una prima festa celebrata qui, nell’attuale frazione Marcellina; il tesoro di Alarico sepolto da qualche parte tra queste valli, e con esso l’ombra della menorah del Tempio. Non importa, giornalisticamente, stabilire dove finisca il documento e dove inizi la leggenda. Importa capire che queste storie, in un territorio fragile, funzionano come mappe: orientano identità, turismo, agricoltura, desiderio di futuro. Il mito, da queste parti, non è evasione. È una forma di capitale territoriale.

La storia moderna, del resto, ha i suoi personaggi verificabili: don Francesco Gatto, il parroco che per primo lavorò a questa rinascita, amico dell’allora cardinale Ratzinger, che qui venne prima di diventare Benedetto XVI; il rabbino capo Elio Toaff, anche lui pellegrino tra i cedri; perfino un film, “Il cedro” di Gianni Romano, del 2007. Il Museo del Cedro raccoglie tutto questo, e la sera d’estate lo trovi aperto fino a tardi, pieno di turisti che assaggiano nel laboratorio ciò che per secoli è stato soltanto annusato e benedetto. Non è un museo agricolo: è una piccola macchina simbolica, il luogo in cui un territorio prende coscienza di sé.

La tentazione sarebbe trasformare tutto in format: percorsi sensoriali, cammino agro-mistico, esperienze. Idee che qui già circolano, e che hanno un senso. Ma la sfida vera è più complessa, ed è quella che riguarda tutto il Mezzogiorno delle unicità: trasformare l’unicità in sistema. La cedricoltura resta l’unico comparto agricolo senza un presidio universitario strutturato; solo dal 2020 sono iniziate ricerche applicate, grazie al Dipartimento di Chimica dell’UNICAL in collaborazione con il CNR di Bari, sul DNA e sulle caratteristiche organolettiche di un frutto che pare non avere eguali al mondo — nemmeno, dicono qui con orgoglio sommesso, nella terra d’Israele.

Alla fine torno tra i filari bassi, mentre la luce si abbassa sul Tirreno e il piccolo fiume Abatemarco continua il suo lavoro silenzioso di irrigatore di terre sacre. Il cedro resta lì, appeso in basso o in alto, sorvegliato, lontano dalla retorica dei grandi prodotti italiani. Ma forse proprio per questo racconta bene una possibilità: un’economia piccola, fragile, sofisticata, in cui un frutto scelto per una festa ebraica diventa la prova che anche una periferia agricola può parlare al mondo. Qui lo chiamano, senza ironia, il frutto del Gan Eden, cioè il Paradiso Terrestre.

Articoli correlati