L’opera corale del poeta Giorgiomaria Cornelio ha inaugurato il Public Program del Padiglione Italia
Che cosa può ancora suscitare il canto quando la catastrofe è franata nel linguaggio che domina il presente? È la domanda che attraversa “Con falci d’amore (nenia per il nuovo millennio)”, presentato come inaugurazione del Public Program del Padiglione Italia della Biennale, “Con te con tutto”, il progetto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani. L’opera, ideata su commissione di Lungomare Studio dal poeta Giorgiomaria Cornelio insieme al musicista Roberto Paci Dalò, è stata realizzata nell’arco di cinque mesi in collaborazione con l’Arcicoro Venezia diretto da Elida Bellon, una realtà veneziana di oltre trenta membri che recupera e rielabora materiali da tradizioni provenienti da diverse parti del mondo.
Il lavoro di Cornelio evita volutamente la struttura unica del concerto, della performance poetica e dell’installazione sonora, concependo piuttosto un approccio molteplice in cui parola e musica cessano di essere autonomi per fondersi in un unico ambiente percettivo. L’opera ha preso le mosse da una delle grandi allegorie fantascientifiche del Novecento, “Aniara” di Martinson: nel poema di Cornelio la nave-cometa abbandona una Terra considerata oramai perduta, custodendo il disco d’oro dei suoi canti. E l’ultima trasmissione terrestre si rivela il deposito di una memoria destinata a sopravvivere persino alla nostra specie.
Passo dopo passo, il poeta si chiede quale immaginazione rimanga possibile quando il futuro sembra ridotto a una mera amministrazione della fine. La risposta arriva in sogno: nel sonno Attalea (la protagonista del poema cosmico) ritorna sulla Terra, ovvero nel luogo che il racconto dell’Antropocene descrive come irrimediabilmente compromesso. È un gesto che rovescia coraggiosamente una delle principali retoriche contemporanee: l’ossessione per la fine del mondo cede alla possibilità di sostare nel rovello, nel frangente in cui ancora “si calora, si guerra, si mangia e ci spiega le parole più antiche”. La scrittura di Cornelio procede per metafore pervasive, dunque il tritume, il pestifero, il virulento, l’ammaccato, riconoscendo nella materia ferita del presente una forma ancora disponibile di appartenenza, e aggiungendo – rispetto alla sua produzione consueta – un cocente elemento amoroso: “Con falci d’amore / mi sono mietuta / per essere terrestre / fino in fondo”. E la nenia del titolo diventa così una pratica di acclimamento.
Su questo terreno è intervenuta la composizione di Paci Dalò, tra le più rigorose della sua ricerca recente. La partitura ha subito impostato una geografia acustica in cui strumenti, paesaggi sonori, elettronica dal vivo e voce ha ridefinito la percezione dello spazio, mentre il suono agiva come una base atmosferica. Fondamentale anche il lavoro dell’Arcicoro, grazie al quale la coralità ha dissolto la centralità della voce individuale, trasformando il testo in una superficie attraversata da respiri e risonanze. Ne è risultata una foresta armonica in dialogo con le opere di Camoni; d’altronde, entrambe sembrano condividere la stessa crescita lenta, organica, nella quale ogni radice conserva la reminiscenza della propria evoluzione.
“Con falci d’amore” Cornelio tenta finalmente di sottrarsi a un’impasse concettuale del nostro immaginario, ossia l’alternativa obbligata tra ottimismo tecnologico e apocalisse ecologica. Non a caso, la prospettiva evocata dal testo è sempre e pacatamente opposta come nelle sue pubblicazioni, si veda “La specie storta” (2023) o “L’ufficio delle tenebre” (2025), edite ambedue da Tlon. E richiama quella che Matteo Meschiari definisce “Territà”, la ricostruzione indispensabile di un rapporto simbolico con la Terra, capace di generare nuove cosmologie, ma senza dispersioni in sentimentalismi ammiccanti. La Terra intesa come condizione narrativa da continuare a plasmare con il pensiero è l’aspetto più convincente del progetto. In un tempo saturo di narrazioni terminali, “Con falci d’amore” restituisce al domani il suo carattere essenziale, un’indecisione pragmatica quanto inevitabile, che superi l’effetto serra dei stereotipi morali accumulatisi negli ultimi due secoli. Il viaggio della nave stellare proseguirà senza offrire approdi, ma mantenendo vivido il mistero nel fruitore, che proprio sulla soglia della sospensione ritroverà “Il mondo: questo momento prima del dolore. / Perché il dolore non è del mondo / ma nostro”.
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