La lotta alla Xylella continua, ma la terra colpita dal parassita può rinascere

Dopo gli espianti di ulivi secolari in Puglia sono nati esempi di olivicoltura intensiva o casi di riconversione ad altre colture e al turismo. Intanto continua la sperimentazione e arrivano nuovi fondi

Cereali, pascoli e produzioni superintensive dove prima c’erano gli olivi secolari. A 13 anni dalla sua comparsa, la Xylella, il parassita che ha cambiato volto alla Puglia con oltre 4 milioni di olivi abbattuti e almeno 600 di milioni di fondi pubblici spesi, è tutt’altro che archiviata. La “rigenerazione” dei territori colpiti fa i conti con la necessità di coesistenza con il parassita e con la crisi del mercato olivicolo, ma oltre l’emergenza spunta un nuovo modello basato su economia circolare e innovazione.

Pantaleo Greco, titolare dell’omonima azienda di Lecce, ha lasciato come “monito” un olivo di 1.300 anni dopo aver superato “l’inferno” e aver reimpiantato oltre 1.600 piante ad ettaro con pacciamatura e trasformato in chiave digitale la propria azienda, riconvertita in parte al mais per alimentare una linea vacca-vitello e aprendo alla nuova frontiera dell’oleoturismo. Un modello di economia circolare divenuto oggetto di studio.

 Lapo Pignatelli, 120 ettari nel leccese vicino a Otranto, ha utilizzato il legno degli olivi secolari espiantati diversificando l’azienda con una falegnameria e seminando grano, piantando nuovi olivi in parte a media densità (800 piante di Favolosa a ettaro) in parte alta (1.600).

Un evento promosso da Confagricolturaa Roma ha fatto il punto sui progressi della ricerca dopo «la devastazione di un’intera area produttiva, e non è detto che la diffusione di questo batterio si riesca a circoscrivere alle tre province colpite – ha detto Walter Placida, presidente della federazione di prodotto di Confagricoltura –. Paradossalmente però, la guerra scatenata dalla Xylella nel Leccese, Foggiano Brindisino ha fatto sì che quelle aree siano diventate più produttive grazie all’innovazione e all’adozione di un modello intensivo, con una meccanizzazione spinta che ha permesso di superare e migliorare la struttura di costi dell’olivicoltura nazionale, non sempre sostenibili. Come spesso accade dopo un conflitto c’è la rinascita».

Nel cuore dell’olivicoltura restano però cicatrici e ferite ancora aperte. Il presidente di Confagricoltura Puglia, Antonello Bruno, ha ricordato «il peggiore ambientalismo che per anni ha prevalso sulle soluzioni scientifiche. Se oggi ci troviamo a parlare ancora di Xylella è anche per questo: contrastarla con le prescrizioni della scienza avrebbe aiutato a risolvere i problemi, ma fatto perdere voti. La politica invece di seguire il piano di espianti e aiutarci a convincere gli agricoltori li ha fermati. Nessuno oggi può stare tranquillo contro la Xylella, un turista che parte da un agriturismo pugliese potrebbe portarla ovunque e lo scopriremmo tra dieci anni».

La devastazione non ha una quantificazione economica, ha detto l’assessore pugliese Francesco Paolicelli, «ma da questa tragedia la Puglia può uscirne come un modello. Stiamo potenziando le risorse e gli invasi per garantire l’acqua, di cui gli olivi monumentali non avevano bisogno, alla nuova produzione superintensiva».

Il presidente del Crea Andrea Rocchi ha parlato di un nuovo approccio “predittivo” per «cambiare schema nel contrastare» le fitopatie, in cui rientrano anche le nuove biotecnologie per sviluppare varietà più resistenti. Intanto c’è la più tradizionale delle soluzioni: quella del commissario, previsto dal Coltiva Italia insieme ad altri 300 milioni per il settore.

L’incontro ha ricapitolato tre dei principali progetti di ricerca per la gestione di una crisi tutt’altro che superata, con l’obiettivo di arrivare a un protocollo integrato per il controllo della malattia.

1. Una collezione di germoplasma in Calabria e centinaia di varietà resistenti sperimentate in due campi in Puglia sono il cuore del progetto Novixgen del Crea, che si allarga anche alla vite.

2. Altre risposte stanno arrivando dalla raccolta di genotipi in tutto il mediterraneo avviata dal Cnr con l’Efsa 10 anni fa che sta dando oggi i primi risultati in campo.

3. L’Università della Tuscia sta puntando invece sulle nanotecnologie per lo sviluppo di agrofarmaci di origine naturale, lavorando su sottoprodotti dell’olivo e scarti (oggi non esiste un agrofarmaco in grado di colpire direttamente il batterio).

Ammontano a 300 milioni i nuovi fondi stanziati dal “Coltiva Italia” per il reimpianto di oliveti con varietà resistenti e il ripristino della capacità produttiva delle aziende. Dopo le polemiche sulla mancata trasparenza della spesa dei 300 milioni destinati nel 2020 al piano di rigenerazione, il sottosegretario all’Agricoltura Patrizio La Pietra ha annunciato «un cambio di paradigma: prima bisogna sapere a cosa servono e poi vanno allocati i fondi, non il contrario. Tanto è vero che abbiamo ridotto la quota di fondi per la Xylella nel nuovo piano olivicolo. La ricerca dev’essere libera, ha i suoi tempi ma va coordinata – ha aggiunto – anche perché, se non si può sconfiggere, con la Xylella bisogna imparare a convivere».

Dopo il crollo del 2024 dovuto a crisi climatica e fitopatie la produzione di un settore da 2,4 miliardi di euro è cresciuta di oltre il 30% a 325mila tonnellate, di cui oltre un terzo in Puglia.

«Chi fa olivicoltura – ha detto il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – svolge una funzione sociale. La Puglia accoglie milioni di visitatori. Oggi si fa olio in Arabia Saudita e negli Emirati: è una commodity strategica ad alto valore e l’Italia deve tornare a produrre di più. Rapida nomina del commissario e definizione del nuovo piano olivicolo sono le prime cose da fare. Laddove ci sono scienza e ricerca oggi ci sono le soluzioni», ha concluso.

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