
La storica band di Manchester pubblica “Renascent”, album che rimette in piedi il gruppo insieme al perno Vini Reilly e a Bruce Mitchell
Vini Reilly c’è sempre stato, al contrario della sua salute. Quando il giornalista Tony Wilson e il suo amico Alan Erasmus hanno deciso di diventare manager di un gruppo, gli hanno costruito attorno i Durutti Column. Il debutto con “The Return of the Durutti Column” era arrivato nel 1980 con quella famosa copertina situazionista di carta vetrata. Già all’epoca le chitarre di Reilly, suonate senza plettro e immerse nel riverbero, spostavano il baricentro del post-punk verso una forma più rarefatta e contemplativa, che avrebbe influenzato musicisti come John Frusciante e si sarebbe sviluppata lungo oltre venti album. Dietro quella levità sonora, però, la biografia procede in direzione opposta: la morte precoce del padre, la depressione, l’anoressia, il disturbo post-traumatico da stress e i tentativi di suicidio costruiscono una controstoria più ruvida, a cui si aggiungono in seguito tre ictus e l’artrite, che progressivamente gli sottraggono la possibilità di suonare. Eppure Reilly, sostenuto da Bruce Mitchell, figura storica della scena di Manchester, continua a inseguire una musica che sembra esistere fuori dal tempo o, come l’ha descritta Simon Reynolds, «traslucida quanto ci si aspetterebbe da un uomo praticamente privo di carne».
La discografia dei Durutti Column segue un percorso di trasformazione graduale, in cui ogni album rappresenta un’evoluzione del linguaggio musicale senza mai interromperne la continuità. Dai primi lavori, che affinano una scrittura sempre più essenziale e lirica, il progetto si apre a sperimentazioni orchestrali e poi torna a una dimensione più raccolta e intimista. Alla fine degli anni Ottanta, l’introduzione di elettronica, sequencer e campionamenti amplia ulteriormente le sfumature sonore, pur mantenendo la chitarra di Vini Reilly come nucleo espressivo. Negli anni successivi la produzione diventa più sporadica e personale, alternando nuovi lavori a riscoperte di materiale inedito, come “Short Stories for Pauline”, che riporta alla luce uno dei filoni più delicati e interiori della sua ricerca artistica. Così, Reilly si è cucito addosso involontariamente lo status di musicista di culto, adorato da Brian Eno e Johnny Marr, citato anche da Harry Styles, Frank Ocean e Blood Orange.
“Renascent” prende corpo con il suono etereo di “Echoes in the Memory”, riannodando i fili del passato, anche grazie a Oli Wilson, il figlio di Tony, che ha inserito il disco nel catalogo della Factory. “Your Shadow at Morning” ha il sapore del flamenco e un andamento drammatico che si infrange nei bagliori di “Time Present and Time Past”, quasi un brano di Apparat. Entrambi citano T.S. Eliot, passione condivisa tra i protagonisti della Factory degli inizi. Caoilfhionn Rose, vicina di casa di Reilly, presta la propria voce all’evanescente “Agonistes” e suona il pianoforte nella splendida “Sargasso Sea”, un brano dal carattere quasi liturgico. “Your Shadow at Evening” ha invece un’atmosfera notturna e carnale, lontana dal lavoro che Mitchell e Keir Stewart hanno portato a compimento nella luminosa “For Friends Everywhere”, riarrangiamento per ottetto orchestrale del vecchio brano “For Belgian Friends”. Sulla voce di Lucas Elliot, immersa negli scenari sonori nordici di “All They See Is Fire”, si affievolisce la luce di un artista che meriterebbe ancora più attenzione.
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