Ex Ilva, vertice a Palazzo Chigi sulla chiusura dell’area a caldo

Si pensa ad un piano straordinario per fronteggiare il decreto della Corte d’Appello

Un tavolo tecnico tra ministeri, sindacati e amministrazioni locali si metterà al lavoro già nella prossima settimana, probabilmente martedì al Mimit, per vedere quali alternative sono possibili dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che il 27 luglio ha stabilito che entro 90 giorni va fermata l’attività dell’area a caldo del siderurgico di Taranto a causa delle emissioni di polveri sottili, PM 10 e PM 2,5, e della presenza di amianto.

Tutti i sindacati, dopo il vertice di oggi a Palazzo Chigi con il sottosegretario alla presidenza, Mantovano, e i ministri Giorgetti (Economia), Urso (Imprese) e Calderone (Lavoro), parlano di un piano straordinario da condividere tra Governo, organizzazioni dei lavoratori e istituzioni locali. Piano che dovrà cercare di trovare delle soluzioni che tengano insieme i vari aspetti del problema: la necessità di salvare in qualche modo l’ex Ilva, il futuro dei lavoratori, gli ammortizzatori sociali e gli altri strumenti di sostegno e copertura e i nuovi progetti industriali di cui c’è bisogno per attenuare il taglio che comunque la fabbrica dell’acciaio avrà e che avrebbe comunque avuto con la decarbonizzazione dei forni elettrici al posto degli altiforni.

«Non vi è alcuna decisione già assunta, né alcun esito prestabilito. Saranno prese in esame tutte le ipotesi di lavoro senza pregiudizi e senza scelte predefinite», sintetizza alla fine del confronto il sottosegretario Mantovano. Circa il piano straordinario sollecitato nell’incontro, Mantovano dice che «affinché non rimanga uno slogan, ma si traduca in un progetto concreto, è necessario definirne con chiarezza i presupposti, a partire da un’approfondita valutazione tecnica delle ricadute del decreto della Corte d’Appello di Milano. Occorre, inoltre, verificare la possibilità di coinvolgere ulteriori investitori, a partire da quelli italiani, e analizzare congiuntamente tutte le ulteriori ipotesi di investimento riguardanti Taranto, nonché le risorse disponibili a sostegno di tali interventi. Ciò anche nella prospettiva di garantire un futuro occupazionale a coloro che, in conseguenza della situazione determinatasi, dovessero perdere il lavoro. È altresì necessario rafforzare – prosegue Mantovano – il coinvolgimento degli enti territoriali, in particolare della Regione Puglia e del Comune di Taranto. L’intero percorso dovrà condurre all’elaborazione di proposte concrete, a partire dal contributo delle organizzazioni sindacali”.

In avvio di riunione, il sottosegretario alla presidenza evidenzia che il decreto della Corte d’Appello di Milano «inibisce le attività produttive, dunque un decreto di sospensione delle attività, non di fissazione di condizioni per proseguire».

E più avanti nella discussione, Mantovano dice che serve «riparametrare» la gara per cedere l’ex Ilva sull’area a freddo. Il che viene interpretato come necessità di un nuovo bando di gara per l’ex Ilva dopo i due già lanciati a luglio 2024 ed agosto 2025, visto che non è più sul mercato una realtà produttiva composta dall’area a caldo di Taranto e dalle aree a freddo di Taranto e degli altri stabilimenti, in quanto l’area a caldo viene stoppata entro 90 giorni dai giudici di Milano, ma solo dalle singole aree a freddo.

Giancarlo Quaranta, uno dei commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, avverte: intervenire sulla rimozione dell’amianto entro 90 giorni, così come hanno ordinato i giudici, è praticamente impossibile. Serve molto più tempo. E quindi, aggiunge Quaranta, «in modo responsabile e allineato al rispetto di quanto stabilito nel decreto, noi stiamo valutando le fasi che porteranno alla fermata degli impianti. La fermata dell’area a caldo – rileva – comporterà la mancata produzione e via via si fermeranno anche gli impianti di laminazione a freddo e a caldo degli altri stabilimenti».

Ma dopo una pausa della riunione, col prosieguo della discussione al tavolo di Chigi, la predisposizione alla fermata dell’area a caldo va in stand by perché, su pressing sindacale, si sceglie appunto la strada del piano condiviso. Che però è tutto da costruire in quanto a progetti, risorse, strumenti, competenze operative. E sullo sfondo resta l’eventualità che Acciaierie impugni il decreto della Corte d’Appello e lo faccia con un ricorso straordinario in Corte di Cassazione e un’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’Appello. Ma nessuna decisione é stata presa al riguardo, dicono fonti dell’azienda, aggiungendo che non se ne é parlato nell’incontro. Resta invece sul tavolo la possibilità di un nuovo bando di gara.

Alla fine del vertice che non ha affrontato né l’offerta di Jindal, né quella di Flacks, i sindacati – che intanto hanno proclamato 8 ore di sciopero da farsi prossimamente – colgono positivamente la strada che si è aperta. Dice Davide Sperti della Uilm: «Dopo tanti decreti che non hanno salvato nessuno, vogliamo un solo decreto che si occupi dei lavoratori, che sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto, e della città. No soldi pubblici a privati stranieri soprattutto per licenziare la gente, si diano i soldi alle comunità per riappacificare, cambiare volto e trovare soluzioni alternative».

««Il tempo – dichiara Ferdinando Uliano della Fim Cisl – ce lo dobbiamo prendere per trovare soluzioni utili per l’industria nel nostro Paese, per i lavoratori di Ilva e per la salute e la sicurezza. Il destino di Cornigliano e Novi é collegato a Taranto. Chiudere l’area a caldo significa chiudere anche le aree a freddo. Quelle di Taranto sono ferme, spesso in disuso e servono investimenti importanti. Quelle di Genova e Novi sono invece condizionate dagli altiforni di Taranto. Impedire la chiusura delle aree a caldo significa la necessita di trovare soluzioni per costruire le alternative». Infine, Michele De Palma della Fiom Cgil, sostiene che «Governo e commissari terranno sospese azioni unilaterali sino alla conclusione del confronto con le organizzazioni sindacali». Il riferimento del sindacalista è all’avvio delle azioni di fermata dell’area a caldo di Taranto in base al decreto della Corte d’Appello di Milano. Per il leader Fiom Cgil, ora «c’è un mese di tempo per avere quegli elementi di garanzia che servono a salvaguardare la siderurgia, l’occupazione e il salario delle persone».

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