
Tra il 2024 e il 2025 nelle acque interne si sono registrati complessivamente 277 annegamenti
Mattheus Gosseling si era gettato dalla barca che aveva noleggiato con i tre figli, per aiutare il più grande, di 16 anni che aveva avuto difficoltà in acqua. Il ragazzo si è salvato, lui no. La tragedia avvenuta nel fine settimana nel lago di Como a Menaggio, una delle località più turistiche della zona, frequentata soprattutto da stranieri che arrivano dagli Stati Uniti ma anche dalla Germania e dall’Olanda, è l’ultima di una serie di incidenti mortali che hanno avuto come sfondo la Lombardia.
Circa il 30% degli annegamenti nelle acque interne (fiumi e laghi) avviene in questa regione, caratterizzata da una situazione «particolarmente critica», viene sottolienato nel rapporto 2026 dell’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti ed incidenti in acque di balneazione.
L’indagine dell’Istituto superiore di sanità nel biennio 2024-2025 nelle acque interne ha registrato complessivamente 277 annegamenti dei quali 149 in fiumi/torrenti (53,8%), 89 nei laghi (32,1%) e 38 in canali (13,7%). «Nelle acque interne avviene sostanzialmente lo stesso numero di annegamenti che si registrano nei litorali marini a fronte di un numero di frequentatori nettamente inferiore».
Come per il resto delle Regioni la metà degli annegamenti nelle acque interne lombarde riguarda gli stranieri (immigrati 40,6% e turisti 9%), «ignari dei pericoli di questi ambienti». Per questo tra le raccomandazioni c’è quella di «coinvolgere le comunità degli immigrati nella elaborazione di campagne di sensibilizzazione».
La sicurezza della balneazione nelle acque interne, viene sottolineato nel rapporto, «è un problema generalmente sottovalutato rispetto ai litorali marini e alle piscine». Le acque interne «vengono ampiamente utilizzate per refrigerio e divertimento in molti luoghi soprattutto se distanti dai litorali marini. È molto probabile che in futuro il numero dei frequentatori delle acque interne aumenti in considerazione dei cambiamenti climatici e dell’aumento delle temperature».
Tuttavia in queste acque «non viene svolta alcuna attività di gestione a partire dalla rilevazione e segnalazione di eventuali pericoli presenti». Mancata percezione del rischio e un comportamento imprudente sono le cause degli incidenti mortali in queste acque.
La gestione della sicurezza delle acque interne richiede una regolamentazione specifica con norme generali di carattere nazionale e con riferimenti specifici regionali. Ecco perché l’Osservatorio sollecita «uno sforzo complessivo da parte delle istituzioni, auspicando che possa essere preparato un quadro normativo sovraordinato, per prevenire gli annegamenti in questi corpi idrici. In una fase di transizione potrebbero almeno essere attuati strumenti normativi che permettano di applicare temporaneamente delle regole per valutare l’efficacia del controllo e del modello gestionale di corpi idrici campione, già utilizzate per la balneazione. In questi corpi idrici dovrebbero essere identificate eventuali situazioni di pericolosità, assicurandone le possibili soluzioni per la tutela della vita».
I Comuni ed Enti gestori dovrebbero «farsi carico della gestione delle aree maggiormente frequentate e di quelle dove si sono precedentemente verificati incidenti di annegamento informando i frequentatori dei pericoli generali e specifici presenti nelle acque tramite adeguata cartellonistica». Ancora: «Implementare nelle aree di maggior frequentazione la sorveglianza con personale qualificato, anche attraverso convenzioni con associazioni di volontariato e di protezione civile». Ma anche «organizzare sistemi di allerta/allarme in caso di piene».
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