
Decollato da Wenchang, è atterrato su una piattaforma in mare. La Cina diventa il secondo Paese, dopo gli Stati Uniti, a dimostrare la tecnologia che ha reso SpaceX dominante nel mercato dei lanci
La Cina ha completato con successo il recupero del primo stadio di un vettore orbitale. Il risultato, rilevante anche dal punto di vista geopolitico, è stato ottenuto nel volo di debutto del nuovo Lunga Marcia 10B, un lanciatore sviluppato nell’ambito del programma lunare.
Quando a Pechino erano le 12:15 di venerdì 10 luglio (le 6:15 in Italia), il Lunga Marcia 10B si è staccato dal complesso di lancio LC-2 dello spazioporto commerciale di Wenchang, sull’isola di Hainan. Circa due minuti e mezzo più tardi, il primo stadio si è separato dal secondo e ha iniziato il suo rientro: anzitutto una fase di assetto e apertura delle alette a griglia, poi la frenata propulsiva, quindi la discesa attraverso l’atmosfera a diverse volte la velocità del suono.
Otto minuti dopo il decollo, lo stadio si è appoggiato in verticale su una piattaforma galleggiante posizionata oltre trecento chilometri al largo nel Mar Cinese Meridionale, agganciandosi con appositi “landing hook” a una rete di cavi tesi tra carrelli mobili, montati sul mezzo da recupero LingHangZhe (“Navigatore”). Nel frattempo il secondo stadio, spinto da un unico motore a metano e ossigeno liquido, ha completato l’inserimento in orbita del suo carico.
Per la prima volta in assoluto la Cina ha così recuperato, integro, il primo stadio di un razzo orbitale, un traguardo che arriva dopo due tentativi falliti a dicembre, quello dello Zhuque-3 di LandSpace e quello del Lunga Marcia 12A della statale Sast, entrambi schiantatisi nei pressi dei siti di atterraggio nel Gansu.
Il Lunga Marcia 10B, un vettore alto 70 metri per 5 di diametro, non è, va ricordato, la punta di diamante del programma lunare cinese; ne rappresenta piuttosto la sua nervatura commerciale. Sviluppato dalla China Academy of Launch Vehicle Technology (Calt) attraverso la sua costola commerciale, Chinarocket, condivide il primo stadio – sette motori YF-100 a cherosene e ossigeno liquido – con il Lunga Marcia 10A, il vettore destinato a portare i taikonauti (come si chiamano gli astronauti cinesi) in orbita a bordo della capsula Mengzhou. Cambia il secondo stadio, alimentato a metano con un singolo motore YF-219 da 140 tonnellate di spinta, pensato per lanci satellitari e cargo più che per voli con equipaggio.
Nella sua configurazione riutilizzabile, sarà in grado di trasportare almeno 16 tonnellate in orbita bassa, abbastanza per sostenere il pieno dispiegamento delle due mega-costellazioni per la connettività che Pechino sta costruendo, Guowang e Qianfan, oltre alle missioni di rifornimento verso la stazione spaziale nazionale, la Tiangong (“Palazzo celeste”).
Il valore del debutto va al di là del catalogo lanci: ogni recupero della famiglia Lunga Marcia 10, che comprende anche la variante destinata alle missioni translunari, fornisce dati di volo e di controllo utili anche nel percorso che dovrebbe portare due taikonauti sulla superficie selenica entro il 2030.
Il punto centrale, tuttavia, è un altro, ed è quello che ha fatto impennare in borsa i titoli aerospaziali cinesi, da China Spacesat a China Satellite Communications: fino a stamattina, la capacità di recuperare un primo stadio orbitale dopo il rientro atmosferico apparteneva a due sole aziende al mondo, entrambe statunitensi: SpaceX l’aveva dimostrata per la prima volta nel dicembre 2015 con un Falcon 9, inaugurando un modello di riutilizzo che oggi le permette di lanciare più di chiunque altro, con booster riutilizzati anche decine di volte. Blue Origin l’aveva replicata appena otto mesi fa, nel novembre 2025, con il primo atterraggio riuscito del New Glenn.
Adesso la Cina entra in quel gruppo ristrettissimo, sia pure con una tecnica diversa — la cattura su rete, non l’atterraggio su gambe retrattili — e con margini di maturazione che restano da dimostrare nei prossimi voli. Alcuni media cinesi hanno parlato in modo esplicito di un “momento SpaceX” per l’aerospazio cinese; altri hanno evocato l’ingresso in una “fase di sprint collettivo” verso lanci regolari e a basso costo.
Anche via dalla retorica, il significato strategico resta evidente: la riduzione dei costi di lancio non sarà più un vantaggio esclusivamente americano e questo peserà su un dominio, quello orbitale, via via più intrecciato con capacità militari, di sorveglianza e di proiezione di potenza. È lo stesso terreno su cui si misurano le mega-costellazioni dual use, i satelliti di allerta precoce, l’accesso rapido e ripetibile allo spazio in caso di crisi.
Andrebbe peraltro ricordato che quella di stamattina non è un’iniziativa isolata: è la nuova tappa di una rincorsa che in Cina coinvolge, oltre ai giganti statali, uno sciame di società private nato negli ultimi dieci anni sulla scia dell’exploit di SpaceX. LandSpace, che nel 2023 aveva già portato in orbita il primo razzo al mondo alimentato a metano, lavora dal 2024 a test di decollo e atterraggio verticale del suo Zhuque-3 e a breve proverà un nuovo recupero dopo il fallimento di dicembre. Space Pioneer sviluppa il Tianlong-3, progettato per competere direttamente con il Falcon 9. iSpace prosegue lo sviluppo del suo Hyperbola-3. Galactic Energy e Cas Space, quest’ultima spin-off dell’Accademia cinese delle scienze, conducono i propri “hop test” di salto e discesa. Deep Blue Aerospace lavora sul Nebula-1, con l’ambizione dichiarata di offrire, in futuro, anche voli turistici suborbitali.
A queste startup si affiancano, sul fronte statale, la già citata Sast e ora Calt/Chinarocket. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, almeno sei razzi riutilizzabili progettati da aziende private cinesi erano attesi al debutto entro la fine del 2025: anche meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale, l’affollamento racconta quanto Pechino consideri la riutilizzabilità un tassello imprescindibile della propria “fortezza spaziale”.
Rimane da verificare quanto il risultato cinese sia un episodio isolato o l’inizio di una serie: Cctv ha già annunciato che lo stadio recuperato il 10 luglio sarà impiegato per un nuovo lancio entro la fine dell’anno, il vero banco di prova per parlare di riutilizzabilità operativa e non solo dimostrativa. Nel frattempo la domanda che si fanno ingegneri e analisti non è più se la Cina riuscirà a raggiungere gli Stati Uniti su questo terreno, ma quanto in fretta lo farà. E se, quando ci riuscirà, il traguardo da inseguire sarà già stato spostato più in là da Starship, il primo sistema di lancio spaziale completamente riutilizzabile. SpaceX lo sta migliorando a ritmi sostenuti, ma senza aver ancora centrato un volo orbitale di successo.
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