Il caso Moretti: capire le imprese complesse, non cercare capri espiatori»

Il giorno dopo l’ultima sentenza su uno dei peggiori disastri ferroviari italiani, a Viareggio i familiari delle vittime restano col loro dolore; ad Orvieto Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Fs, entra in carcere. E il mondo dei giuristi – pur nel doveroso rispetto delle sentenze – si interroga su una pronuncia che ripropone il tema delle responsabilità penali dei vertici di società complesse. Soprattutto per reati colposi, come per Moretti. «Manca la vicinanza alla fonte di pericolo: un conto il direttore di uno stabilimento che può andare a controllare e si rende conto che una certa situazione di pericolo richiedeva interventi ulteriori rispetto a quelli prescritti dalle norme, ma l’ad di Fs non sta sui binari», è la sintesi delle perplessità di più giuristi. «Il problema da tempo è segnalato dalla dottrina più attenta. A me pare che in non pochi casi il pur comprensibile sforzo di individuare le responsabilità conduca a costruire il rimprovero penale su una figura di vertice dell’impresa che forse nella realtà non esiste: il cliché idealizzato del manager onniscente, onnipotente e onnivedente, senza misurarsi con i poteri effettivi di intervento che la persona reale aveva, qui ed ora, nella situazione data», concorda Vittorio Manes, professore di Diritto penale all’Università di Bologna e avvocato.

Professor Manes, in un libro di prossima pubblicazione per approfondire il tema dell’imputazione personale e colpevole nelle organizzazioni complesse analizza proprio il caso di Viareggio. In attese delle motivazioni, che idea si è fatto dei profili che hanno determinato la condanna di Moretti?

Il rimprovero principale mi pare sia consistito nella gestione negligente del rischio organizzativo da parte del vertice: in sostanza viene a tradursi nel mancato esercizio di poteri di controllo, impulso o correzione, con riferimento alla catena di competenze in cui si articola l’attività dell’organizzazione complessa sottoposta al suo governo. Più in generale, lo sforzo della giurisprudenza è quello di evitare la fuga delle responsabilità verso il basso o la dispersione delle responsabilità. Ma l’effetto che può generarsi è, all’opposto, quello di una attrazione centripeta verso il vertice di responsabilità gravosissime, addebitate anche in assenza di condotte concretamente esigibili, in capo a chi deve occuparsi, anzitutto e soprattutto, di profili diversi, come le scelte di indirizzo politico ed economico del gruppo.

La stessa Cassazione in una precedente sentenza su Viareggio definisce «lecito dubitare» che certe verifiche sulla «vita manutentiva» del carro merci e dei componenti «possa rientrare nella sfera di competenza del soggetto messo a capo di una società di considerevoli dimensioni». E allora?

Fonte: Il Sole 24 Ore

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