Italia, oggi i giovani agricoltori parlano il linguaggio dell’impresa

Dalla multifunzionalità all’innovazione, passando per turismo rurale, agricosmesi e vendita diretta: il ricambio generazionale sta cambiando il volto dell’agricoltura italiana

L’agricoltura europea si trova davanti a una delle sfide più importanti dei prossimi decenni: garantire il ricambio generazionale in un settore in cui l’età media degli imprenditori continua ad aumentare. Ma dietro un problema comune si nascondono realtà molto diverse. In Spagna il nodo principale è l’accesso ai terreni agricoli, in Italia la multifunzionalità – che integra produzione agricola, trasformazione, ospitalità e vendita diretta – è diventata il motore di nuovi modelli di impresa, mentre Grecia e Francia affrontano sfide legate rispettivamente alla frammentazione aziendale e alla competitività delle produzioni. Attraverso dati, analisi e testimonianze raccolte sul campo, questa serie di reportage, realizzata nell’ambito del progetto europeo PULSE, racconta come quattro Paesi del Mediterraneo stanno cercando di costruire il futuro dell’agricoltura europea partendo dalle nuove generazioni.

Quando racconta la sua azienda, Jacopo Trasolini, classe 1994, non parte dai vigneti. E neppure dall’agriturismo, che oggi richiama turisti da tutta Italia tra le colline della Val di Chiana, in Toscana. Comincia dai cosmetici, in particolare da una linea di creme ottenute recuperando la polpa dei kiwi che un tempo veniva scartata durante la produzione dei succhi di frutta. Poi passa alle erbe officinali, ai pannelli fotovoltaici, alla vendita online, all’ospitalità diffusa, alla comunicazione sui social. Solo alla fine della conversazione arriva all’uva, che storicamente rappresenta il cuore economico dell’azienda di famiglia.

È forse questo il modo migliore per capire come sta cambiando l’agricoltura italiana guidata dai giovani: la terra rimane il punto di partenza, ma il reddito nasce sempre più dalla capacità di costruire un’impresa capace di integrare produzione agricola, trasformazione, turismo, vendita diretta, innovazione e comunicazione. Il giovane agricoltore non è più soltanto un produttore di vino, olio o cereali. È un imprenditore che deve conoscere il marketing, gestire un’attività ricettiva, leggere un business plan, sviluppare nuovi prodotti, comunicare con i clienti e investire nella sostenibilità.

L’Italia viene spesso indicata tra i Paesi europei più dinamici sul fronte dell’imprenditoria agricola giovanile. Le aziende guidate dagli under 35 investono più della media in innovazione, agricoltura di precisione, sostenibilità, multifunzionalità e nuovi modelli di business. Secondo Coldiretti, sono proprio queste imprese a registrare livelli di produttività per ettaro superiori alla media europea, dimostrando una maggiore capacità di creare valore e competere sui mercati.

Il quadro, però, presenta anche segnali di fragilità. Nel 2025 il numero delle imprese agricole guidate da under 35 è diminuito del 4,4%, una flessione che riflette il generale calo demografico italiano ma che evidenzia anche le difficoltà di accesso al settore. Per Enrico Parisi, delegato nazionale di Coldiretti Giovani Impresa, il problema non è la mancanza di interesse verso l’agricoltura.

«La vera sfida non è dimostrare che l’agricoltura può essere un’opportunità per le nuove generazioni. Questo i giovani lo stanno già dimostrando ogni giorno. La sfida è rimuovere gli ostacoli che ancora oggi frenano il ricambio generazionale, a partire dall’accesso alla terra, dal credito e dall’eccesso di burocrazia. La prima priorità resta il reddito. Senza reddito non esiste ricambio generazionale».

A differenza di quanto accade in altri Paesi mediterranei, dove il dibattito si concentra soprattutto sul ritorno dei giovani nelle campagne, in Italia il tema sembra essere un altro: come rendere economicamente sostenibile un’azienda agricola in un contesto sempre più complesso. La risposta, sempre più spesso, passa attraverso la multifunzionalità. Agriturismi, trasformazione delle materie prime, vendita diretta, e-commerce, energie rinnovabili, attività educative, ospitalità, produzioni ad alto valore aggiunto. Non si tratta più di attività complementari, ma di componenti essenziali del modello di business di molte imprese agricole.

Secondo Coldiretti, la multifunzionalità rappresenta una delle principali innovazioni che hanno trasformato il settore negli ultimi 25 anni. Oggi il sistema agroalimentare italiano, considerando anche le attività connesse e di supporto, genera oltre 255 miliardi di euro di valore, e l’Italia è diventata leader europea proprio nelle attività multifunzionali. «I giovani hanno interpretato questa evoluzione meglio di chiunque altro», osserva Parisi. «Sono stati i primi a comprendere che innovazione e multifunzionalità possono rappresentare strumenti straordinari per aumentare la competitività delle aziende e creare nuove opportunità di reddito».

Ma innovare non significa abbandonare la tradizione. Anzi, è spesso proprio dalla tradizione che nascono le idee più innovative.

È quello che è accaduto a Lucignano, piccolo comune della Val di Chiana aretina, dove l’azienda agricola della famiglia Trasolini ha trasformato un prodotto destinato allo scarto in una linea di cosmetici naturali, facendo della sostenibilità e della diversificazione il proprio tratto distintivo.

A raccontarla è Jacopo che oggi guida, insieme al padre, l’azienda Victor & Rose, una realtà che comprende quasi sette ettari di vigneto, seminativi, oliveti, bosco e un agriturismo ricavato da un antico casale. Ma ridurre la sua attività a questi numeri sarebbe fuorviante perché ciò che rende interessante la sua esperienza non è tanto la dimensione dell’azienda, quanto il modo in cui è stata ripensata.

«Quello che mi piace è la multifunzionalità», racconta. «Se riusciamo a integrare attività diverse creiamo un ecosistema che è sostenibile sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico».

L’idea che oggi distingue Victor & Rose nasce da un prodotto che il mercato non voleva. Per decenni la famiglia Trasolini ha coltivato una cinquantina di piante di kiwi, introdotte negli anni Settanta dal nonno di Jacopo, originario della provincia di Roma, dopo aver intuito che quel terreno della Val di Chiana potesse offrire condizioni favorevoli a una coltivazione allora insolita per la zona. Ancora oggi quelle piante continuano a produrre, ma una parte del raccolto finiva inevitabilmente esclusa dal mercato: frutti troppo piccoli per essere commercializzati.

La prima risposta è stata trasformarli in succhi di frutta destinati agli ospiti dell’agriturismo, aperto nel 2010. Ma anche quel processo lasciava un residuo: la polpa del kiwi.

«Ci piaceva l’idea di non sprecare una materia prima con un valore nutrizionale così elevato», racconta Jacopo. Da qui nasce l’intuizione. In famiglia ricordavano un rimedio tradizionale: la nonna e la madre utilizzavano il kiwi sulla pelle, come altri usavano le fette di cetriolo. Approfondendo quella pratica e collaborando con un laboratorio artigianale di Cortona, la famiglia ha sviluppato una linea di cosmetici a base di polpa di kiwi ed olio extravergine d’oliva. Oggi quei prodotti vengono venduti direttamente in azienda e online, trasformando uno scarto in una nuova fonte di reddito.

L’operazione, però, non va letta soltanto come un esercizio di economia circolare. Rappresenta il modo in cui una nuova generazione di imprenditori interpreta l’agricoltura: non limitarsi alla produzione primaria, ma aumentare il valore aggiunto di ciò che già esiste, sviluppando nuovi prodotti, intercettando nuovi mercati e rafforzando l’identità dell’azienda.

È lo stesso principio che ha guidato l’evoluzione dell’intera attività di famiglia. Oggi Victor & Rose non è soltanto un’azienda vitivinicola. Accanto ai quasi sette ettari di vigneto convivono un agriturismo con sette camere, la produzione di vino, i kiwi, una nuova coltivazione di erbe officinali, olivi, seminativi, bosco, vendita diretta e un’attività turistica costruita attorno all’esperienza del territorio. Anche gli investimenti seguono questa logica: pannelli fotovoltaici, nuovi spazi per l’essiccazione delle erbe aromatiche e una progressiva diversificazione delle produzioni.

«La multifunzionalità ci permette di creare un ecosistema sostenibile sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico», spiega Trasolini. «Se un anno la vigna soffre per una gelata primaverile, possiamo contare sull’agriturismo, sui cosmetici o su altre attività. Diversificare significa distribuire il rischio».

Un concetto che richiama quanto sostenuto anche da Parisi di Coldiretti. «I giovani sono stati i primi a comprendere che innovazione e multifunzionalità possono rappresentare strumenti straordinari per aumentare la competitività delle aziende e creare nuove opportunità di reddito», osserva, ricordando come oggi l’Italia sia leader europea nelle attività agricole connesse.

Per Trasolini, tuttavia, il cambiamento non riguarda soltanto il modello economico.

«A me piace parlare più di connessione generazionale che di ricambio generazionale», racconta. «Noi partiamo dall’esperienza delle generazioni precedenti e la utilizziamo come base per sviluppare l’azienda nel contesto di oggi. Se certe cose venivano fatte dai nostri nonni c’era una ragione. Il nostro compito è capire cosa conservare, cosa migliorare e dove innovare».

È una definizione che sintetizza bene la trasformazione in corso. L’obiettivo non è rompere con il passato, ma reinterpretarlo. La diversificazione, osserva Trasolini, non è un’invenzione moderna: «I contadini di una volta coltivavano un po’ di tutto. Avevano animali, vigne, cereali. Era il modo con cui distribuivano il rischio». Oggi quel principio resta valido, ma deve confrontarsi con un mercato globale, investimenti molto più elevati e un quadro normativo decisamente più complesso. Ed è proprio qui che emergono le principali difficoltà della nuova imprenditoria agricola.

Se la multifunzionalità rappresenta la risposta imprenditoriale alla crescente instabilità del settore, il percorso per arrivarci resta tutt’altro che semplice. Per i giovani che scelgono di investire in agricoltura, il primo ostacolo continua a essere l’accesso al capitale.

È un tema che emerge con forza tanto dall’esperienza di Jacopo Trasolini quanto dall’analisi di Coldiretti. «L’accesso al credito è stato difficilissimo», racconta l’imprenditore toscano. Per ristrutturare l’antico casale e trasformarlo nell’attuale agriturismo, la famiglia ha scelto di non ricorrere ai bandi pubblici, ritenuti poco adatti al progetto che aveva in mente, finanziando invece gli investimenti attraverso prestiti bancari e risorse proprie.

Ottenere quel finanziamento, però, non è stato immediato. «Io avevo difficoltà perché ero giovane e non avevo ancora uno storico creditizio. Mio padre, invece, iniziava ad averne per l’età. Abbiamo preparato un business plan e siamo andati da diverse banche prima di trovare un istituto disposto a credere nel progetto». La svolta è arrivata quando una banca con una maggiore specializzazione nel settore agricolo ha valutato il potenziale dell’azienda andando oltre le sole garanzie patrimoniali. «La parte più difficile è sempre partire. Una volta dimostrato che l’impresa funziona, tutto diventa più semplice».

È un’esperienza che riflette un problema strutturale del settore. Secondo Parisi, l’accesso al credito rappresenta oggi uno dei principali fattori che limitano il ricambio generazionale. «Molti giovani hanno idee, competenze e progetti validi, ma si scontrano con iter lunghi, richieste documentali complesse e un sistema di garanzie che difficilmente favorisce chi parte da zero». Per questo Coldiretti chiede strumenti finanziari più adatti ai tempi dell’agricoltura, con periodi di preammortamento più lunghi e una valutazione che tenga maggiormente conto della qualità del progetto imprenditoriale.

La difficoltà aumenta ulteriormente quando il giovane imprenditore non eredita un’azienda di famiglia.

«Acquistare o anche semplicemente affittare terreni richiede investimenti che spesso un ragazzo non riesce a sostenere», osserva Parisi. Da qui la richiesta di rafforzare strumenti come la Banca delle Terre Agricole, incentivare gli affitti di lungo periodo e favorire il trasferimento delle aziende dagli agricoltori prossimi alla pensione alle nuove generazioni. Una necessità resa ancora più urgente dal progressivo invecchiamento della popolazione agricola italiana.

Trasolini conferma questa lettura. «I prezzi dei terreni sono aumentati molto negli ultimi anni, ma i ricavi non sono cresciuti nella stessa misura». A pesare sono anche l’aumento dei costi di produzione, l’inflazione e gli effetti delle crisi internazionali. «Il gasolio agricolo ha inciso tantissimo. Il problema è che quando poi vendiamo il prodotto finito non sempre riusciamo a trasferire quegli aumenti sul prezzo».

In questo scenario, la diversificazione diventa anche uno strumento di gestione del rischio.

«Se coltivi una sola cosa e quell’annata va male, rischi di perdere tutto», osserva Trasolini. «Con attività diverse riesci a compensare gli squilibri. È quello che facevano già i contadini di una volta, anche se in un contesto completamente diverso». Una riflessione che lega ancora una volta innovazione e tradizione: cambia il mercato, cambiano le tecnologie, ma la necessità di distribuire il rischio resta la stessa.

Accanto al credito, cambia anche il profilo professionale richiesto a chi sceglie oggi questo mestiere.

«Il giovane agricoltore del 2026 è un imprenditore preparato, spesso laureato, che utilizza tecnologie avanzate, guarda ai mercati internazionali, comunica direttamente con i consumatori e investe in sostenibilità», osserva Parisi. Droni, sensori, sistemi satellitari e intelligenza artificiale stanno modificando il modo di produrre, rendendo sempre più importanti competenze che fino a pochi anni fa erano estranee al settore agricolo.

Anche Trasolini descrive un’evoluzione simile. «Prima il contadino lavorava la terra e vendeva all’ingrosso. Oggi un giorno puoi essere in vigna, quello dopo accogliere gli ospiti dell’agriturismo, poi lavorare ai contenuti per i social o seguire la vendita diretta. Non sei più soltanto un coltivatore: gestisci un’impresa».

Una trasformazione che richiede formazione continua. Nel suo percorso, Trasolini ha affiancato agli studi alberghieri corsi di marketing, gestione aziendale, hotel management e formazione tecnica obbligatoria per le attività agricole e ricettive. «Per sviluppare un’azienda multifunzionale servono competenze molto diverse tra loro. Le ho costruite nel tempo, mettendo insieme esperienze differenti».

È proprio questa evoluzione, secondo Coldiretti, a rappresentare la sfida dei prossimi anni: costruire un sistema formativo capace di preparare imprenditori in grado di integrare innovazione digitale, sostenibilità, gestione economica e competenze agricole tradizionali. Perché il ricambio generazionale non riguarda soltanto chi lavorerà la terra, ma soprattutto chi sarà in grado di guidare imprese agricole sempre più complesse e competitive.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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