
Le realtà locali operano in sinergia con le istituzioni, la famiglia e la scuola. Da Milano a Napoli diversi i progetti di formazione e partecipazione attiva
Introdurre una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del reato, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto, e costruire una rete territoriale dell’alleanza educativa per le famiglie. Gli ultimi interventi normativi in materia di sicurezza e minori si muovono fra stretta securitaria e potenziamento della prevenzione del disagio giovanile e del sostegno alle famiglie. I casi di cronaca più rilevanti, che spesso portano al battage politico, fanno luce su fenomeni di marginalità e malessere che chi lavora a stretto contatto con i più giovani conosce da tempo.
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a una profonda trasformazione delle vulnerabilità giovanili e col nostro lavoro, che sì fa leva sulle comunità di accoglienza – residenziali ed educative – ma che si apre anche al territorio, abbiamo un osservatorio privilegiato sul disagio che i ragazzi vivono e che non è necessariamente legato a situazioni pregiudizievoli», spiega Emidio Musacchio, responsabile del polo educativo di Porto Valtravaglia della Fondazione Asilo Mariuccia. «Incontriamo ogni giorno giovani che faticano a immaginarsi un futuro, che mostrano grosse fragilità emotive, di frequente sperimentano sentimenti di solitudine e non riescono a costruire relazioni sane. Si sentono così persi da non riuscire a valorizzare le proprie capacità, hanno storie personali spesso complesse e finiscono per scivolare in una forte disconnessione dai contesti educativi e lavorativi».
Un quadro che prova «che il disagio non è solo individuale ma riflette cambiamenti sociali molto più ampi, richiamando la necessità di rafforzare le reti educative con le comunità locali e aumentare la partecipazione».
Partecipazione e riscoperta del proprio valore sono le direzioni a cui tendono i progetti della Fondazione, che operano su più livelli: da un lato quello delle comunità educative e degli “appartamenti per l’autonomia” che accolgono minori e giovani fragili con percorsi di crescita ad hoc, dall’altro quello delle iniziative territoriali che agiscono su prevenzione e inclusione sociale, con un’attenzione ai ragazzi a rischio dispersione scolastica e lavorativa.
«I nostri progetti partono dalla convinzione che il contrasto al disagio passa da opportunità reali, occasioni per acquisire competenze, sviluppare rapporti positivi, ritrovare la fiducia in sé stessi», chiosa Musacchio. «È il caso, ad esempio, di Coltivare inclusione che, realizzato col sostegno di Fondazione Cariplo e della Fondazione comunitaria del Varesotto, attraverso la dimensione del fare mutuata dal nostro Laboratorio di educazione al lavoro aiuta i ragazzi a canalizzare il magma emotivo che portano dentro e a orientare il proprio futuro. Tramite attività di florovivaismo, orticoltura, castanicoltura e agricoltura sociale, il lavoro con le piante e la cura degli spazi li aiutano a responsabilizzarsi e a sperimentare il lavoro di squadra». Non è solo formarsi e imparare un mestiere ma proiettarsi verso quello che verrà con spalle forti.
Orientamento e formazione sono anche il focus di Back On, che è sostenuto da Regione Lombardia e Fondi sociali europei e interverrà sul fenomeno dei giovani Neet (ragazzi che non studiano e non lavorano, sparendo dai radar di istituzioni scolastiche e servizi sociali territoriali) con l’attivazione di uno sportello per le segnalazioni dei profili più idonei da coinvolgere, coaching educativo e accompagnamento verso la riconnessione con la società e il mondo del lavoro. «Anche in questo caso – evidenzia Musacchio – tutto guarda a costruirsi prospettive formative o professionalizzanti concrete, per arrivare pronti poi a inserirsi passo passo nel mondo del lavoro».
La sinergia come fil rouge si ritrova anche in Un Porto nuovo, che prevede «la ristrutturazione degli spazi del Polo della Fondazione da un lato e, dall’altro, una rigenerazione socio-educativa perché trasformerà la nostra sede in un ecosistema unico dedicato al contrasto del disagio giovanile, all’inclusione sociale e all’autonomia lavorativa, triplicando la capacità di risposta». Un disegno ambizioso, supportato da un partenariato con Fondazione Cariplo, Regione Lombardia e la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Intercettare gli adolescenti prima che le trasgressioni diventino comportamenti strutturali è, invece, la missione di «Un’altra gang in città: trasformare la trasgressione in crescita», un progetto ideato a Pavia dall’associazione Gli Sdraiati e parte di un piano di contrasto territoriale finanziato da Ats provinciale e Regione Lombardia.
«Abbiamo iniziato a marzo e proseguiremo per tutto il 2026», illustra Luca Dinatale, presidente dell’associazione. «Al netto di una progettualità iniziale più larga, che toccava sia il lavoro coi ragazzi sia quello con le famiglie, e che speriamo in futuro di poter realizzare se troviamo le risorse, la proposta che abbiamo sviluppato è offrire laboratori di mindfulness che puntano a una conoscenza individuale di giovani e famiglie e laboratori di gruppo condotti da psicoterapeuti ed educatori. L’idea è lavorare sull’educazione dei ragazzi alla gestione delle emozioni, favorendone il contatto con la dimensione riflessiva e l’integrazione tra la riflessione e un’emotività più corporea».
Un passaggio che, per Dinatale, «può aiutarli a riconoscere quel che provano, a tollerare rabbia o frustrazione e a imparare a chiedere aiuto prima che il disagio sfoci in condotte ben più pericolose». E che si inserisce in un ventaglio di interventi che, pur non avendo l’intento dichiarato, vanno collateralmente ad agire su prevenzione e contrasto – da «Una scuola su misura» contro il drop out scolastico di adolescenti poco inseriti nei binari dell’istituzione scolastica e che così vengono seguiti sia nell’apprendimento sia nel lavoro psicologico al doposcuola, fino allo sportello di ascolto psicologico nelle scuole medie e superiori – e mirano a «intervenire quando la condotta deviante non è strutturata, quando si intravedono i primi segnali di rischio e il cambiamento è ancora possibile». Non interventi punitivi contro i giovani dunque, ma sempre accanto a loro.
Quel che è chiaro è che leggere il disagio giovanile richiede la collaborazione di tutte le parti (direttamente o indirettamente coinvolte) e ricondurlo a una sola causa scatenante è errato. «Dietro atteggiamenti diversi ci sono esperienze, motivazioni, percorsi evolutivi differenti», chiude Dinatale. «Non credo che i giovani oggi siano più violenti ma tutto sembra dovuto al fatto che alcune forme di disagio stanno cambiando, sono più visibili, più amplificate anche dai social. E il gesto violento non nasce mai all’improvviso, ma è spesso l’ultimo capitolo di una storia fatta di piccoli segni, difficoltà a scuola, disinvestimento formativo, esclusione sociale, mancanza di limiti».
In questo sovrapporsi di dimensioni, quella della famiglia resta una delle più delicate su cui operare. Di supporto alla genitorialità si occupa, tra le tante cose, il Centro famiglie Nuovi legami, un servizio storico e ormai radicato nel territorio della Capitale e del municipio VII. «Dal periodo post Covid in poi il centro ha visto un incremento della domanda relativa all’aumento del disagio giovanile, soprattutto in relazione alle difficoltà che le famiglie vivono coi figli», chiarisce Angela Aurelio, psicologa e psicoterapeuta con una formazione in psicoterapia familiare e psicanalisi dell’infanzia e dell’adolescenza.
«Abbiamo quindi predisposto varie iniziative: un servizio di consulenza e sostegno psicologico gratuito rivolto ai residenti del municipio sette, contraddistinto sia dall’ascolto sia dalla ridefinizione delle problematiche della persona per aiutarla ad avere maggior consapevolezza di sé e attivare un processo evolutivo oltre la crisi», elenca Aurelio. «E poi, negli ultimi dieci anni vari progetti per il contrasto a disagio e violenza giovanile, di sostegno individuale o di gruppo, rivolti a figli e genitori. Chi è stato coinvolto ha attivato uno spazio di confronto e supporto reciproco, ha riscoperto il valore del rapporto genitore-figlio, con una ridefinizione del ruolo e un riconoscimento di stereotipi e luoghi comuni attorno a genitorialità e adolescenza per stabilire nuove possibilità di contatto e complicità». Svariate, infine, «le attività realizzate nelle scuole, opere di sensibilizzazione e percorsi di consulenza educativa per gli adulti».
Perché la responsabilità più grossa nel facilitare l’inclusione dei giovani più fragili ce l’hanno proprio i grandi. Genitori, insegnanti, operatori. La comunità. I servizi e le istituzioni.
Secondo Federica Federici, psicologa e psicoterapeuta familiare e relazionale, «dietro il disagio si nasconde la paura di crescere in un mondo competitivo e ostile. E la violenza sembra l’unico modo per difendersi e sopravvivere. Non possiamo cadere nella trappola della deresponsabilizzazione che deriverebbe dal lasciarli da soli a fronteggiare le conseguenze di azioni di cui spesso sono inconsapevoli». Ecco perché occorre più che mai «potenziare risorse economiche e interventi che gli permettano di sentirsi visti, capiti, supportati. Con adulti solidi che possano fare da modello e da guida».
Un linea questa che si riflette direttamente nelle azioni di Nuovi Legami. «Grazie alla nostra équipe multiprofessionale, abbiamo attivato collaborazioni con le scuole. E lavorato tanto con le famiglie attraverso vari interventi di sostegno alla genitorialità per aiutare i genitori a capire e farsi carico dei bisogni dei figli», chiude Federici. Talvolta, ad esempio, appoggiandoli nell’attivazione di risorse esterne «per la partecipazione dei ragazzi alle attività di centri d’aggregazione sul territorio o per una presa in carico sanitaria laddove emergano criticità».
Una prospettiva abbracciata anche da Adriana Rosasco, assessore alle politiche sociali del municipio Roma VII. «Come municipio stiamo lavorando sui Patti educativi territoriali, rendendo partecipi istituti scolastici, servizi e cittadinanza per costruire un sistema sociale solido dove le nuove generazioni possano cogliere segnali di fiducia nel futuro. E abbiamo promosso progetti di educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie e superiori del territorio, in collaborazione coi centri antiviolenza per affrontare i temi del rispetto e del consenso».
Perché sbattere il pugno senza dialogare serve a poco: «Crediamo nella prevenzione e non nell’inasprimento o nell’anticipazione delle pene. Bisogna lavorare coi ragazzi sulla cultura del rispetto e di una società più giusta perché una società più giusta è una società più sicura».
Partecipazione attiva e interventi sulle periferie, infine, sono gli ambiti su cui nei prossimi quattro anni lavoreranno a Napoli «Ali d’Oro» ed «EudAmOnia!», i progetti scelti dall’impresa sociale Con i Bambini, coinvolgendo oltre tremila giovani. Il primo opererà in sei municipalità, il secondo – insistendo sulle aree periferiche a nord, ovest ed est dove si registrano indici alti di povertà sociale, economica ed educativa, svolgerà anche un’azione di prevenzione e screening per supportare il servizio pubblico, offrendo supporto psicologico tramite attività educative e sportive.