
L’astensione contro la violazione del diritto di difesa e il sovraffollamento, nel Lazio arrivato al 149%. Da inizio anno, 125 morti negli istituti
La giunta dell’Unione camere penali italiane (Ucpi) annuncia lo stop alle udienze dal 23 al 29 settembre. L’Ucpi denuncia l’assenza di risposte istituzionalisulla vicenda delle captazioni illegittime dei colloqui tra detenuti e difensori presso il carcere di Perugia “Capanne”, durata per circa sei mesi, in violazione degli articoli della Carta sulla segretezza delle comunicazioni e sul diritto di difesa, oltre che in contrasto con i principi della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo sull’equo processo e sulla tutela della vita privata e familiare.
Una decisione presa «perché nonostante l’impegno assunto dal ministro della Giustizia il 4 giugno 2026 di avviare accertamenti tramite l’Ispettorato generale, a distanza di oltre due mesi non è stata fornita alcuna informazione, né dal Ministro né dal Procuratore generale di Perugia, sollecitati con ripetute richieste – si legge nella nota. Questa vicenda rientra in un più ampio quadro di arretramento delle garanzie, che include lo stallo della riforma sul sequestro di dispositivi digitali, i tentativi di ampliare l’uso delle intercettazioni, l’estensione dei poteri preventivi di polizia anche verso i minori, la proposta di modifica dell’imputabilità minorile e la persistente emergenza da sovraffollamento carcerario (139,5% di capienza reale, 33 suicidi nel 2026)». «Sulla base di tali premesse – sottolinea l’Unione camere penali – la Giunta delibera l’astensione dalle udienze penali dal 23 al 29 settembre 2026, chiedendo al ministro della Giustizia di rendere noti gli esiti degli accertamenti sui gravissimi fatti di Perugia, sollecita governo e Parlamento a riprendere le riforme garantiste e ad affrontare l’emergenza penitenziaria, riservandosi ulteriori iniziative politico-istituzionali».
Nella stessa giornata arriva anche un’altra denuncia: quella sull’affollamento record nelle carceri del Lazio. Nel 2025 il tasso è stato pari al 149% nel Lazio, rispetto alla media nazionale del 139 per cento. E l’ufficio del Garante ha ricevuto oltre 3.600 istanze individuali, 2.500 in più di quante ne riusciva a seguire nel 2023. Il dato emerge dalla relazione annuale del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, presentata oggi a Roma.
Anastasìa, giunto alla conclusione del suo secondo mandato, ha fatto il punto sul sistema di privazione della libertà nel Lazio, tra sovraffollamento, carenze del sistema sanitario penitenziario e difficoltà di tutela dei diritti dei detenuti e illustrato il quadro di un decennio di attività (2016-2026), riflettendo sulle sfide e sui progressi compiuti nel sistema di privazione della libertà nella regione. Tra i temi trattati, Anastasìa ha approfondito la situazione delle carceri, delle Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e dei Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) di Roma Ponte Galeria e Djader in Albania, dove si è recato nell’estate 2025 in visita di monitoraggio con la Garante di Roma Capitale.
Il Garante ha ricordato l’urgenza di politiche di riduzione della detenzione e di potenziamento delle misure alternative, sottolineando che l’aumento dei posti nelle Rems e nelle strutture penitenziarie non risolverà i problemi di fondo se non si affrontano le cause profonde, come la mancanza di risposte sul territorio e un sistema di salute mentale troppo fragile. Anastasìa ha innanzitutto evidenziato la complessità del lavoro svolto in un contesto difficile, segnato da risorse umane limitate e crescenti responsabilità e ha sottolineato l’importanza di analizzare non solo i numeri, ma anche le pratiche quotidiane e le condizioni di vita nelle strutture di detenzione.
Per il Sindacato di polizia penitenziaria le carceri italiane sono diventate le peggiori del mondo. «Si muore carbonizzatiin quello che dovrebbe essere il posto più sicuro, con lo Stato che ha per dovere la responsabilità della vita del detenuto. L’agghiacciante storia che viene dal carcere di Sassari, dove è morto carbonizzato un detenuto, riprova che i nostri istituti penitenziari sono diventati i peggiori del mondo, peggiori persino di quelli dei Paesi Africani e del Sud America». A dirlo è Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria sottolineando che «anche questa volta si ripeterà la situazione di silenzio assordante del Dap e del ministero alla Giustizia».
«Ciò che ci preoccupa ancor di più – aggiunge – è quella sorta di assuefazione mediatica che si è creata sull’emergenza carcere dove morti, 125 detenuti dall’inizio dell’anno di cui 36 suicidi e 89 per cause “da accertare”, persino omicidi tra detenuti, rivolte, violenze ed aggressioni quotidiane al personale penitenziario sono considerate normalità. Con l’aggravante che se un magistrato, si badi bene non uno qualsiasi ma il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, denuncia con coraggio e chiarezza che nelle carceri comanda la mafia, ministro e Governo, e buona parte della politica lo censura duramente tentando di metterlo alla gogna». «Almeno noi – afferma Di Giacomo – non rinunciamo al ruolo che ci siamo dati da sempre perché di fronte alla catastrofe delle carceri una via d’uscita c’è a partire dalla rimozione dell’attuale capo del Dap Stefano De Michele per affidarne la responsabilità al procuratore di Palermo De Lucia che, solo qualche giorno fa, nell’audizione in Commissione Antimafia ha nuovamente dato prova di avere piena conoscenza della situazione e di cosa fare per superarla. Qualcuno dovrebbe rispondere di quanto accade. Per noi hanno ragione i magistrati Nicola Gratteri e Sebastiano Ardita: solo il ministro Nordionon sa o finge di non sapere che ogni settimana negli istituti penitenziari si sequestrano decine e decine di telefonini mentre strumenti per neutralizzarli e per intercettare i droni, diventati il primo mezzo di approvvigionamento ai detenuti, non sono presi in alcun modo in considerazione. Per noi invece la prima condizione per lavorare in sicurezza è riprendere il controllo delle carceri – conclude Di Giacomo – togliendolo alle mafie per ristabilire legalità e sicurezza dentro e fuori».
Il Coordinamento nazionale di Polizia penitenziaria e Sindacato di Polizia penitenziaria denuncia una situazione di forte criticità nel carcere di Sulmona (L’Aquila), dove il caldo eccezionale di questi giorni, unito al malfunzionamento delle docce nel nuovo padiglione, starebbe rendendo particolarmente difficili le condizioni di vita dei detenuti e di lavoro del personale di polizia penitenziaria, con il rischio, in assenza di interventi, di un’emergenza sanitaria.
Il penitenziario – spiega il segretario nazionaleMauro Nardella – è realizzato prevalentemente in ferro e cemento che risentirebbe in modo particolare alle alte temperature. Nel nuovo padiglione, aggiunge, le docce sarebbero inutilizzabili da circa 20 giorni, mentre l’impianto fotovoltaico non sarebbe mai entrato in funzione.
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