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Dal primo tweet di Jack Dorsey al passaggio a X sotto Elon Musk. In un quarto di secolo la piattaforma ha inventato un nuovo linguaggio, raccontato rivoluzioni, trasformato la politica e aperto il dibattito sul potere degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale.
Il primo tweet non era destinato a entrare nella storia. Il 21 marzo 2006 Jack Dorsey scrive: «Just setting up my twttr». Una frase di servizio, quasi un controllo tecnico. Eppure da quelle quattro parole nasce uno degli esperimenti più influenti della storia di Internet.
Il 15 luglio 2026, a venticinque anni dalla nascita del progetto che sarebbe poi diventato Twitter e oggi X, vale la pena chiedersi non solo come sia cambiata la piattaforma, ma come abbia cambiato noi.
Twitter è stato probabilmente il social network più importante in rapporto alle sue dimensioni. Non ha mai avuto i numeri di Facebook, Instagram o TikTok, ma ha avuto qualcosa che gli altri hanno inseguito per anni: la capacità di diventare il luogo in cui le notizie prendevano forma in tempo reale. È stato il social dei giornalisti, dei politici, degli scienziati, delle aziende, delle emergenze e delle rivoluzioni. Un gigantesco sismografo capace di registrare gli eventi del pianeta quasi nell’istante in cui accadevano.
Le sue origini raccontano una storia tipica della Silicon Valley. Twitter nasce dalle ceneri di Odeo, una startup che aveva puntato sui podcast nel momento sbagliato. Quando Apple integrò i podcast in iTunes, il progetto sembrava destinato a scomparire. Ma dai fallimenti, nella tecnologia, spesso nascono le idee migliori. Noah Glass intuì il potenziale di un sistema di messaggi brevi, Jack Dorsey ne immaginò il funzionamento, Biz Stone ed Evan Williams contribuirono a trasformarlo in un prodotto. L’idea era semplice: pubblicare aggiornamenti di stato in 140 caratteri, il limite imposto dagli SMS. Quella che sembrava una costrizione tecnica diventò invece un linguaggio.
L’hashtag non fu inventato da Twitter ma da Chris Messina nel 2007. Quel semplice cancelletto trasformò milioni di messaggi sparsi in conversazioni organizzate. Poco dopo arrivarono il retweet, le mention con la chiocciola e i thread. Nessuna di queste funzioni era prevista nel progetto originario. Furono le persone a insegnare alla piattaforma come funzionare. Twitter fece qualcosa che oggi sembra quasi impossibile: lasciò che fossero gli utenti a definire il proprio linguaggio.
Nel giro di pochi anni diventò un’infrastruttura globale dell’informazione. Raccontò il terremoto di San Francisco, le proteste in Iran del 2009, la Primavera araba, Occupy Wall Street, il movimento Black Lives Matter e il #MeToo. Durante le crisi sanitarie, le guerre e le catastrofi naturali era spesso il primo luogo in cui emergevano immagini, testimonianze e dati. Il giornalismo imparò a convivere con una fonte che produceva notizie in tempo reale ma richiedeva verifiche continue. La velocità diventò un vantaggio e, allo stesso tempo, un problema.
Barack Obama intuì presto il valore della piattaforma. Donald Trump la trasformò nel suo principale megafono, governando spesso a colpi di tweet. I mercati finanziari impararono a reagire a un messaggio di poche righe. La diplomazia entrò nei social. Perfino le banche centrali e le agenzie spaziali iniziarono a comunicare direttamente con milioni di persone senza passare dai media tradizionali.
Eppure il successo culturale non coincise mai con quello economico. Twitter influenzava il dibattito pubblico ma non riusciva a trasformare quell’influenza in ricavi. Nel 2013 arrivò la quotazione in Borsa, ma il modello pubblicitario non raggiunse mai l’efficacia di Meta. La piattaforma attirava conversazioni, non necessariamente consumatori. Era un luogo ideale per discutere di politica, economia e attualità, molto meno per costruire un ecosistema pubblicitario efficiente.
Nel frattempo provarono ad arrivare nuove idee. Vine anticipò il formato dei video brevi che anni dopo avrebbe reso celebre TikTok. Periscope portò lo streaming in diretta sugli smartphone quando sembrava fantascienza. Moments, Fleets e altre funzioni cercarono di rincorrere i concorrenti senza mai trovare una vera identità. Anche il passaggio da 140 a 280 caratteri nel 2017 rappresentò un cambiamento inevitabile ma simbolico: il limite che aveva definito la personalità della piattaforma iniziava a dissolversi.
Elon Musk acquista Twitter per 44 miliardi di dollari entrando nella sede con un lavandino tra le mani e la battuta “let that sink in”. Da quel momento la storia accelera. Migliaia di dipendenti vengono licenziati, il team dedicato alla moderazione dei contenuti viene profondamente ridimensionato, gli inserzionisti iniziano ad allontanarsi e Twitter cambia nome diventando semplicemente X.
L’obiettivo dichiarato è costruire una “everything app”, un’applicazione universale sul modello di WeChat capace di integrare social network, pagamenti, video, commercio e servizi digitali. Finora il progetto è rimasto incompleto, ma ha modificato profondamente l’identità della piattaforma. X non vuole più essere soltanto un luogo di conversazione: punta a diventare un’infrastruttura digitale.
La riammissione di Donald Trump segna una svolta simbolica nelle politiche di moderazione. Cresce il dibattito sul ruolo degli algoritmi nella diffusione dei contenuti e numerosi studi iniziano a misurare come le raccomandazioni automatiche possano influenzare la polarizzazione del dibattito pubblico. La questione non riguarda più soltanto la libertà di espressione, ma il funzionamento stesso delle democrazie digitali.
Negli ultimi anni un nuovo protagonista è entrato nella storia della piattaforma: l’intelligenza artificiale. Musk ha integrato Grok, il chatbot sviluppato dalla sua società xAI, trasformando X in uno dei primi grandi social network dove conversazione umana e contenuti generati dall’AI convivono nello stesso flusso. L’obiettivo è rendere l’AI parte integrante dell’esperienza quotidiana. Ma, come è accaduto con tutte le grandi innovazioni della piattaforma, anche questa scelta ha aperto interrogativi su disinformazione, deepfake, trasparenza degli algoritmi e responsabilità editoriale.
Dopo venticinque anni Twitter, o X, continua a rappresentare una contraddizione affascinante. Ha inventato il linguaggio dell’informazione in tempo reale, ma non ha mai trovato un modello economico stabile. Ha dato voce a milioni di persone, ma ha amplificato anche odio e disinformazione. Ha reso il mondo più connesso e, allo stesso tempo, più polarizzato. Ha costruito strumenti – hashtag, retweet, thread, trending topic – che oggi esistono ovunque, spesso con maggiore successo commerciale.
Forse la sua eredità più importante non è una funzione tecnica, ma un’idea. Che Internet potesse diventare una conversazione globale, continua, pubblica e istantanea. Venticinque anni dopo, quella vibrazione immaginata da Jack Dorsey continua ancora. Solo che oggi non arriva più soltanto da uno smartphone. Arriva dagli algoritmi che decidono cosa vediamo, dalle intelligenze artificiali che partecipano alla conversazione e da una piattaforma che, nel tentativo di reinventarsi, continua a interrogare il nostro modo di informarci.
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