Pierpaolo Piccioli al debutto nella collezione punta su scultoreità e rinnova il suo straordinario senso del colore. Decadenza e Moderazione interpretate da Viktor & Rolf, forme distorte e ironiche da Gaultier
Il ciclo della moda è implacabile: quando la corrente cambia, tutto il resto appare datato, ma lungi dall’essere una condanna, questa condizione è una stimolante sfida creativa.
La sfilata di debutto di Pierpaolo Piccioli nell’alta moda di Balenciaga – la cinquantacinquesima per la maison del gruppo Kering – è una magnifica dimostrazione di pura teatralità sartoriale, con forme scultoree e volumi fluidi e gestuali impreziositi da una sensibilità cromatica davvero unica. Eppure, nonostante lo splendore, ciò che colpisce davvero è la sensazione che Piccioli sia ripartito dal punto esatto in cui aveva lasciato con l’ultimo show couture di Valentino: dalla colonna sonora alla regia dello show, fino all’uscita finale in passerella insieme all’intero team dell’atelier, è tutto un déjà-vu.
Certo, Piccioli è stato ingaggiato proprio per fare ciò che sta facendo, senza contare i numerosi omaggi resi allo stesso Cristóbal Balenciaga nel corso degli anni. In altre parole, è la persona giusta al posto giusto. Eppure, nonostante la ricerca di leggerezza e il tentativo – seppur lieve – di trasmettere disinvoltura, la prova appare un po’ pesante, priva di una visione che radichi davvero Balenciaga nel presente.
Robert Wun vive in una bolla tutta sua: un mondo fantastico e spigoloso popolato da personaggi ultraterreni, le cui identità vengono costruite attraverso costumi di meticolosa precisione. Costumi, non abiti: ecco cosa sono le creazioni di Wun, il che spiega anche il suo successo tra la crème de la crème degli ultra-narcisisti. Che piaccia o meno, però, il livello dell’esecuzione è sempre alto e rarefatto. Questa ultima collezione è particolarmente riuscita e leggera: sembra davvero che tutto sia stato creato da un bambino, nonostante la rigidità delle forme.
Concettuali fino al midollo, un innato talento per la teatralità facile, Viktor & Rolf offrono un commento incisivo e quanto mai tempestivo sulle contraddizioni del presente che prende la forma di una pièce con protagoniste Moderazione e Decadenza: due donne identiche che indossano abiti identici, di tela da sacco la prima, di lustrini e oro la seconda. Mentre le due si vestono e svestono su una piattaforma girevole, il messaggio emerge chiaro: Decadenza e Moderazione sono facce opposte della medesima medaglia, espressioni identiche di eccesso, una per via di togliere, l’altra per via di aggiungere. Il che significa: l’equilibrio è ciò che oggi manca veramente.
Da Gaultier, infine, la parola d’ordine è sperimentazione, in una rilettura dismorfica dei panier e bustier del XVIII secolo che è carica di humor, inventiva, giocosa e stimolante, ma anche tecnicamente all’avanguardia. Il risultato è un incontro tra innovazione tecnologica – materiali termoplastici e stampa 3D – e lavorazioni artigianali da atelier, con forme talmente distorte da trasformarsi in performance.
Invece di accumulare elementi e sovraccaricare, come fanno altri, Duran Lantink si concentra sulla silhouette con una libertà senza precedenti, eliminando persino la necessità di abbellire. «Preferisco mettere in discussione la silhouette piuttosto che il corpo», afferma. Da qui parte un viaggio illuminante attraverso la storia. Non c’è nulla di costumistico, però: il tono di Lantink, sempre crudo, diretto, carico di allusioni sessuali, mantiene uno straniante senso di realtà, che convince senza remore.
-
Articolo precedente
I mercati esteri spingono il turismo congressuale, nel 2026 crescita al 6%
-
Articolo successivo
A giugno più gas in rete: ecco da dove arriva e perché non siamo a rischio