Fnomceo: 6 pazienti su 10 aspettano o rinviano le cure, ripensare il sistema

Il presidente, Anelli: “Non basta accorciare le liste d’attesa, bisogna ridare fiducia e ricostruire la capacità del Ssn di prendersi cura delle persone”

Per quasi 7 italiani su 10 i tempi di attesa della sanità italiana sono troppo lunghi e nel Sud e nelle Isole il dato peggiora ulteriormente, con la quota di giudizi positivi che cala al 24%. Ma l’effetto più importante riguarda i comportamenti concreti dei cittadini: quasi 6 italiani su 10 dichiarano di aver rimandato o rinunciato a cure o controlli a causa dei tempi di attesa; nel Sud e nelle Isole si arriva a due cittadini su tre. Di fronte a tempi di attesa lunghi, il 54% dei cittadini sceglie prevalentemente di pagare una prestazione privata, in una struttura convenzionata o non convenzionata: solo il 21% aspetta nell’ambito del Ssn, il 9% paga una prestazione intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% utilizza il Pronto soccorso e il 3% si reca in un’altra regione. È quanto emerge dalla nuova indagine dell’istituto Piepoli, condotta su un campione di mille cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, realizzata per la Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri e presentata oggi a Roma.

“Il dato più preoccupante – commenta Filippo Anelli, presidente della FNOMCeO – non è tanto che cresca il ricorso al privato. Il problema è che, per molti cittadini, il Servizio sanitario nazionale non rappresenta più il primo pensiero quando nasce un bisogno di salute. Chi può permetterselo si rivolge direttamente al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia. Questo non è soltanto un problema organizzativo: è un problema di fiducia delusa, di aspettative tradite, di diritti negati”.

Secondo l’indagine, il tempo medio di attesa per una prestazione sanitaria dichiarato dai cittadini italiani si attesta a 2,3 mesi. Il 41% indica di aver ottenuto la prestazione tramite una struttura privata a pagamento, il 32% attraverso il Servizio sanitario nazionale (Ssn) nei tempi previsti, il 27% attraverso il Ssn ma con tempi molto lunghi. Solo il 9% ha fatto ricorso all’intramoenia, la libera professione svolta dai medici ospedalieri al di fuori dell’orario di lavoro, utilizzando strutture e strumenti dell’ospedale.

“Il Servizio sanitario nazionale – prosegue Anelli – è nato per rendere effettivo il diritto alla salute, non per essere una possibilità tra le altre. Il vero allarme non è solo la prestazione che arriva in ritardo, con tutti i suoi effetti collaterali come la rinuncia alle cure, con conseguente aggravamento delle patologie, l’utilizzo improprio del pronto soccorso, la mobilità sanitaria. Il punto è questa progressiva perdita di fiducia nella capacità della Repubblica di prendersi cura delle persone”.

L’indagine mostra inoltre che, secondo gli italiani, la prima causa delle liste d’attesa è la carenza di medici specialisti e di personale sanitario, indicata tra le cause dal 42% degli intervistati e come causa principale dal 23%. Seguono l’organizzazione inefficiente, al 26%, il mancato adeguamento delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di cura e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%. Solo il 6% indica l’intramoenia tra le cause.

“La risposta – aggiunge Anelli – non può essere fatta di interventi parziali o emergenziali. Serve un piano straordinario per i professionisti della salute. Se vogliamo che gli italiani tornino a scegliere il Servizio sanitario nazionale come primo luogo di cura, dobbiamo prima renderlo capace di accogliere quella domanda di salute. Non basta promettere tempi più brevi: bisogna ricostruire la capacità concreta del sistema di prendersi cura delle persone”.

Ai lavori è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani secondo cui i medici sono anche “uno strumento importante della nostra politica estera e abbiamo anche lavorato per farne sentire l’azione sociale a Gaza”. Il ministro ha poi sottolineato “l’ottimo lavoro” dei sottosegretari Barelli e Gemmato per arrivare ad un accordo sulle case di comunità”. “Avete ottenuto – ha sottolineato Tajani rivolgendosi ai vertici Fnomceo – un risultato di buon senso che garantisce contemporaneamente il servizio pubblico e la libera professione e garantisce anche al cittadino la possibilità di potersi scegliere il medico che vuole”. D’altra parte, ha aggiunto, “se noi facciamo diventare tutti i medici dipendenti pubblici distruggiamo anche la previdenza privata, la previdenza che giustamente tutela il futuro dei medici quando andranno in pensione. Distruggere l’Enpam secondo me è un errore gravissimo così come distruggere tutte le casse previdenziali è un errore gravissimo”.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, in un videomessaggio inviato al convegno organizzato dalla Fnomceo, sottolinea la necessità “di rendere la professione medica più attrattiva, soprattutto per i giovani e questo significa offrire percorsi di crescita, condizioni di lavoro adeguate, maggiore sicurezza, meno burocrazia, più tempo da dedicare alla cura delle persone, stipendi migliori ed esattamente quello che abbiamo fatto durante questo mandato di governo e che continueremo a fare fino all’ultimo giorno di lavoro”. Sulle innovazioni tecnologiche in sanità, per il ministro, “le opportunità straordinarie vanno colte, ma con la consapevolezza che nessuna innovazione potrà sostituire le competenze, il senso di responsabilità e il rapporto di fiducia che ogni medico costruisce con i propri pazienti”,

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