Grecia, i giovani agricoltori ci sono. Il problema è convincerli a restare

In Grecia il ricambio generazionale non significa attrarre nuovi agricoltori, ma impedire che quelli già presenti abbandonino le campagne

L’agricoltura europea si trova davanti a una delle sfide più importanti dei prossimi decenni: garantire il ricambio generazionale in un settore in cui l’età media degli imprenditori continua ad aumentare, mentre sempre meno giovani scelgono di investire nella terra. Ma dietro un problema comune si nascondono realtà molto diverse. In Spagna il nodo principale è l’accesso ai terreni agricoli, in Italia la multifunzionalità è diventata il motore di nuovi modelli di impresa, mentre Grecia e Francia affrontano sfide legate rispettivamente alla frammentazione aziendale e alla competitività delle produzioni. Attraverso dati, analisi e testimonianze raccolte sul campo, questa serie di reportage, realizzata nell’ambito del progetto europeo PULSE, racconta come quattro Paesi del Mediterraneo stanno cercando di costruire il futuro dell’agricoltura europea partendo dalle nuove generazioni. Dopo la puntata sull’Italia e sulla Spagna, di seguito il reportage sulla Grecia.

Per cinquanta giorni gli agricoltori greci hanno protestato ai blocchi stradali in tutto il Paese. Poi sono arrivati ad Atene, davanti al Parlamento e alla residenza del primo ministro, per chiedere ciò che considerano indispensabile per continuare a fare il proprio lavoro: reddito, infrastrutture, formazione e una strategia di lungo periodo per il settore agricolo.

A rendere particolarmente significative le proteste degli ultimi mesi è stata la massiccia presenza di giovani sotto i quarant’anni. Non si tratta però di una nuova generazione che scopre l’agricoltura come scelta di vita. Molti di loro appartengono alla terza o alla quarta generazione di famiglie agricole e lottano semplicemente per poter continuare il lavoro dei propri genitori e nonni.

In Grecia il problema del ricambio generazionale assume infatti caratteristiche diverse rispetto al resto d’Europa. La domanda non è tanto come attrarre nuovi agricoltori, ma come evitare che quelli che già esistono decidano di abbandonare le campagne.

I numeri raccontano una situazione particolarmente critica. Secondo i dati di Eurostat, soltanto il 7,2% dei capi azienda agricoli ha meno di 40 anni, contro una media europea dell’11,9%. Allo stesso tempo, quasi il 40% degli agricoltori greci ha più di 65 anni, una delle percentuali più elevate dell’Unione europea, paragonabile soltanto a quella di Paesi come Portogallo, Cipro e Spagna.

Un altro studio dell’istituto Dianeosis stima che quasi il 65% degli agricoltori abbia più di 55 anni e che il 37% abbia superato i 65 anni. Numeri che si scontrano con l’obiettivo dichiarato della Commissione europea di raddoppiare la quota di giovani agricoltori per mantenere la competitività del settore agricolo europeo.

Per Nikos Gousios, 37 anni, presidente della cooperativa agricola Enipeas di Farsala, il problema è prima di tutto economico.

«La difficoltà è che, in questo momento, abbiamo una professione che non è sostenibile. Quando un giovane vede che è costantemente indebitato e non riesce a far fronte alle spese, come può continuare a fare questo mestiere? Certo, non è facile dire semplicemente “me ne vado”, ma è una domanda che molti iniziano a porsi».

Secondo Gousios, gli agricoltori più giovani non sono semplicemente in difficoltà economica: «Non siamo più a zero, siamo proprio in rosso.» Costi di produzione elevati, margini ridotti e una crescente incertezza rendono sempre più difficile immaginare un futuro nel settore primario.

«Questi giovani devono essere pronti ad affrontare le sfide del futuro. Attraverso le cooperative, attraverso nuove colture e nuove pratiche agricole. Ma prima di tutto serve un piano per aiutarli. Produciamo prodotti di qualità, ma a costi molto elevati».

Per il presidente della cooperativa di Farsala, il problema non riguarda soltanto il governo greco, ma l’intera architettura delle politiche agricole europee. «L’Unione europea non dovrebbe limitarsi a distribuire sussidi. Dovrebbe avere un ruolo molto più ampio nell’organizzazione dell’economia agricola e nella protezione delle produzioni europee rispetto alla concorrenza dei Paesi extraeuropei».

La sua critica, tuttavia, non è rivolta soltanto alle istituzioni. «Anche gli agricoltori devono aprire gli occhi e capire che tutto è cambiato». Nel confronto quotidiano con i membri della cooperativa, Gousios osserva una crescente attenzione verso le nuove tecnologie, i metodi di coltivazione innovativi e le opportunità offerte dalla cooperazione internazionale. Per lui, il ricambio generazionale non può essere affrontato esclusivamente attraverso incentivi economici occasionali, ma richiede una visione strategica di lungo periodo.

«Dobbiamo dare un obiettivo alle nuove generazioni – dice –. Altrimenti nei prossimi anni vedremo sempre più persone lasciare questo mestiere. Ci servono formazione agricola, pianificazione e sostegno da parte dello Stato. Non 50 o 100 euro di aiuti, ma un vero piano per rafforzare il settore primario, che un tempo rappresentava l’industria pesante del nostro Paese».

Uno dei fenomeni che preoccupa maggiormente le comunità rurali greche è l’emigrazione delle nuove generazioni.

«Molti figli di agricoltori lasciano i villaggi per studiare e cercano impiego nelle accademie militari o nelle forze di sicurezza, perché garantiscono uno stipendio sicuro», racconta Gousios. Una scelta che non dipende necessariamente dalla mancanza di interesse per l’agricoltura, ma dalla crescente percezione che il settore non sia più in grado di offrire stabilità economica.

La conseguenza è un progressivo svuotamento delle aree rurali, con la perdita di competenze, tradizioni produttive e capitale umano che per secoli hanno caratterizzato l’agricoltura greca. Un fenomeno che rischia di compromettere non soltanto il ricambio generazionale, ma la sopravvivenza stessa di interi territori.

Per Gousios, uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico è considerare la Politica agricola comune esclusivamente come un meccanismo di distribuzione di sussidi.

«L’Unione europea dovrebbe contribuire anche all’organizzazione dell’economia agricola e alla formazione dei produttori», spiega.

Secondo il presidente della cooperativa Enipeas, il futuro dell’agricoltura greca passa necessariamente attraverso una maggiore capacità di cooperazione tra produttori e una maggiore apertura all’innovazione. Nella sua esperienza quotidiana osserva come molti giovani agricoltori stiano già sperimentando nuove colture, introducendo tecnologie innovative e rafforzando la promozione dei prodotti greci sui mercati internazionali.

La cooperazione, in un Paese caratterizzato da aziende agricole di piccole dimensioni e fortemente frammentate, assume un ruolo ancora più importante. Fare rete significa condividere conoscenze, investimenti e opportunità commerciali, aumentando la competitività delle produzioni greche.

Anche Kostas Kafes, 31 anni, vicepresidente dell’Associazione agricola di Tebe e padre di un bambino, non nasconde le proprie preoccupazioni.

«Siamo completamente senza soldi», racconta, spiegando di non sapere ancora se riuscirà a trovare la liquidità necessaria per finanziare la prossima stagione agricola.

Per Kafes il problema è ancora più strutturale. «L’agricoltura è sostanzialmente una professione chiusa. Se non erediti terra, infrastrutture e attrezzature dai tuoi genitori o dai tuoi nonni, è praticamente impossibile iniziare».

L’investimento iniziale necessario per avviare un’attività agricola rappresenta infatti una delle principali barriere all’ingresso per le nuove generazioni. «Ogni coltivazione richiede almeno mille euro per ettaro, e devi investire quei soldi oggi per recuperarli sei mesi dopo».

Il paragone che utilizza è particolarmente efficace: «È un po’ come il gioco d’azzardo. Giochiamo lo stesso gioco del giocatore d’azzardo. Puoi lavorare per dieci anni e avere un solo anno davvero positivo. Gli altri anni pareggi i conti oppure perdi denaro. È un mercato aperto: investiamo nella terra senza sapere se il raccolto andrà bene, se riusciremo a venderlo e a quale prezzo».

Alle difficoltà economiche si aggiungono gli effetti della crisi climatica, sempre più evidenti anche nel Mediterraneo orientale, e le criticità legate ai sistemi di compensazione in caso di calamità naturali.

Le critiche dei giovani agricoltori greci non si fermano alle questioni economiche.

«In questo momento lo Stato non è semplicemente indifferente, si comporta come un avversario degli agricoltori», sostiene Kafes, riferendosi ai ritardi nei pagamenti dei sussidi, alla carenza di infrastrutture rurali e alle difficoltà burocratiche che caratterizzano il settore.

Secondo il giovane agricoltore, le politiche pubbliche stanno progressivamente mettendo in difficoltà le piccole e medie aziende agricole, che costituiscono ancora oggi la spina dorsale del settore primario greco.

Il tema che emerge con maggiore frequenza nelle testimonianze raccolte è però quello della formazione agricola.

«Dovrebbero esistere scuole superiori agricole come esistono gli istituti tecnici», racconta Kafes. «Oggi, per ottenere alcune certificazioni professionali, un giovane agricoltore è costretto a frequentare corsi che costano migliaia di euro. Se nessuno lo accompagna nei primi anni di attività, rischia di perdere intere stagioni produttive».

Il paradosso è evidente: proprio mentre l’agricoltura richiede competenze sempre più avanzate – dalla gestione sostenibile delle colture all’utilizzo delle nuove tecnologie – il sistema formativo continua a non offrire percorsi accessibili alle nuove generazioni.

Per molti giovani agricoltori, il ricambio generazionale non dipende soltanto dal numero di persone disposte a lavorare la terra, ma dalla capacità del Paese di investire nella formazione di una nuova classe imprenditoriale agricola.

La Grecia rappresenta probabilmente il caso più emblematico dei quattro Paesi mediterranei analizzati in questo progetto europeo. Qui il ricambio generazionale non significa attrarre giovani che decidono di cambiare vita per trasferirsi in campagna o favorire il passaggio di consegne tra aziende consolidate. Significa soprattutto evitare che una generazione cresciuta nelle campagne decida di abbandonarle definitivamente.

Le proteste che hanno attraversato il Paese negli ultimi mesi raccontano proprio questo. I giovani agricoltori greci non chiedono semplicemente più sussidi o agevolazioni fiscali. Chiedono di poter immaginare un futuro nel settore primario.

Reddito, formazione, infrastrutture, innovazione e una maggiore capacità di programmazione politica emergono come le condizioni minime per rendere nuovamente attrattivo un mestiere che continua a rappresentare una componente essenziale dell’economia rurale del Paese. La sfida, in altre parole, non è convincere i giovani a diventare agricoltori: molti di loro lo sono già. La sfida è fare in modo che non siano costretti a smettere di esserlo.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

Articoli correlati