
L’ornitologo Massimiliano Costa, direttore da luglio 2021, racconta i limiti e le potenzialità di un ecosistema unico in Europa
Dai tramonti infuocati alle albe tenui che si disperdono sulle acque basse e piatte, tra giunchi e salicornie, gli operatori del Parco del Delta del Po si spendono giornalmente per salvaguardare uno dei più riusciti esempi di convivenza tra intervento umano e biodiversità. Presidio che, da sabato 3 ottobre, inaugurerà la prima Scuola di Birdwatching in Italia dotata dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento dell’avifauna tramite binocoli e cannocchiali di ultima generazione. Dal diramarsi del Grande Fiume alle prime dune marine, saranno sei le tappe su cui si fonderanno i corsi per i visitatori che si vorranno mettere alla prova.
Direttore, potrebbe indicarci sulla mappa le tappe ideali da raggiungere?
“La prima è la Stazione da Pesca Foce, dove sul lavoriero ci sono sempre uccelli ittiofagi che si alimentano e, quindi, è facile osservarli anche da vicino con tante specie diverse. Poi c’è la Salina di Comacchio, con i fenicotteri e moltissimi uccelli marini e delle acque salmastre. Scendendo verso sud, c’è l’intero argine del Reno, un lungo tratto che congiunge le due province, fino ad arrivare a Boscoforte, che rappresenta un altro luogo eccezionale per l’osservazione dei volatili. Sempre intorno a Comacchio troviamo Valle Zavelea, il relitto della grande bonifica di Valle Pega e dell’area settentrionale, dove l’acqua ospita una grandissima quantità di specie. Questo anello intorno alle Valli di Comacchio costituisce il grande monumento naturale del Parco. Infine c’è un punto irrinunciabile verso sud, quello che Bob Scott riteneva il più interessante di tutto il Delta per l’osservazione degli uccelli: la Torretta di Valle Mandriole. In questo caso siamo nel comune di Ravenna, ma a soli cinque chilometri dalle Valli di Comacchio”.
Gli appostamenti elencati sono attrezzati adeguatamente?
“Valle Zavelea dispone di una torretta e di un capanno per l’osservazione degli uccelli; anche la Salina di Comacchio ha una torretta e un capanno; Mandriole ha la sua torretta; l’argine del Reno è, di fatto, una lunga torretta naturale; Boscoforte, invece, non ha un capanno vero e proprio, ma alcune strutture con finestrelle per l’osservazione. Laggiù gli uccelli sono talmente abituati a vederci lavorare che non scappano e quindi non c’è nemmeno bisogno di particolari schermature”.
Quali sono gli effetti irreversibili del cambiamento climatico con cui lei e il suo staff vi state cimentando?
“Oggi, per mantenere l’ossigenazione dell’acqua e impedire i fenomeni anossici, legati alla morte in massa delle alghe, già iper-nutrite dalla presenza dei nitrati di scarico, o alla mancanza di circolazione idrica dovuta alla stratificazione dell’acqua causata dalle alte temperature, è necessario cambiare approccio. In un clima normale le notti fresche farebbero circolare naturalmente l’acqua: quella più fredda, essendo più pesante, scenderebbe permettendo di ossigenare anche il fondale. Con il clima attuale che raggiunge massime diurne intorno ai 40° e una riduzione dell’escursione termica, questo non avviene più. Senza contare il progressivo diradarsi delle piogge a favore di una siccità estiva più duratura. È già successo diverse volte di assistere a grandi morie di pesci e persino di uccelli, proprio perché si mantiene artificialmente un livello d’acqua costante nell’idea che una zona umida debba essere sempre piena d’acqua, quando una palude naturale, alimentata dall’andamento delle piene del fiume di riferimento, si seccherebbe da sé”.
Perché una pozza stagnante e priva di ossigeno è molto più pericolosa della temporanea assenza di acqua?
“Se un’area si asciugasse, il fondo si ossigenerebbe naturalmente entrando in contatto con l’aria poi ossidandosi grazie all’azione del sole e, quando l’acqua fosse di ritorno, il fondale si rigenererebbe, offrendo condizioni decisamente migliori. Inoltre, si eviterebbe che gli uccelli acquatici ingerissero tossine, poiché il botulino, che le sviluppa in condizioni di anossia, si trasforma in un veleno letale. E più animali muoiono a causa delle tossine, più ne moriranno inevitabilmente, perché a catena si cibano dei resti di quelli in decomposizione: la larva della mosca che mangia la carcassa del morto per botulino si riempie di tossina, ma non muore poiché immune, uccidendo a catena uccelli e pesci”.
L’unico vero problema rimane la gestione del pesce…
“Dov’è possibile viene salvato, trasferendolo nelle fosse più profonde, nelle quali si riesce a mantenere la circolazione dell’acqua anche dopo avere prosciugato i piani vallivi. Dove non lo è, si effettuano recuperi investendo risorse economiche importanti. È una situazione ostica da far comprendere all’opinione pubblica e pure agli stessi amministratori”.
Basti pensare alle ricorrenti denunce estive da parte di alcune associazioni di pesca sportiva a carico delle istituzioni locali.
“La vasta Valle del Mezzano, che collega Ferrara alla bassa Romagna, quando apparteneva agli Estensi veniva attraversata durante l’estate proprio perché era completamente asciutta. Gli Estensi la percorrevano per raggiungere i loro possedimenti nella parte meridionale del territorio. Succedeva già seicento anni fa. L’artificializzazione, difatti, è cominciata timidamente coi romani per diventare massiccia con gli Este e determinante sotto lo Stato Pontificio, che fece ampio ricorso al sistema a pendenza naturale nelle bonifiche tra il XVII e il XIX secolo, quando le quote del terreno consentivano ancora il deflusso spontaneo delle acque. L’obiettivo era realizzare una fitta rete di canali che convogliasse l’acqua verso i corsi principali e quindi al mare sfruttando la gravità, senza impianti di sollevamento”.
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