«La seconda vita della rivoluzione Crispr: curerà il pianeta, non solo le persone»

La scienziata al Woma Forum di Milano: dal primo farmaco approvato dalla Fda ai bovini, fino all’intelligenza artificiale e al rischio che la scienza americana perda i suoi talenti

Sono sempre stata una ribelle. Lo dice con una semplicità disarmante Jennifer Doudna, biochimica all’Università di Berkeley, Premio Nobel per la Chimica 2020 e cofondatrice dell’Innovative Genomics Institute (Igi). È stata tra i protagonisti della prima edizione del Woma Forum, Inspiring the World of pharma, svoltosi il 25 e 26 giugno all’Allianz MiCo di Milano, nuovo appuntamento internazionale annuale di riferimento per l’ecosistema della salute e delle Life Science promosso da BioPharma Network e 24OreSalute. Nata alle Hawaii, cresciuta leggendo La doppia elica di Watson regalatole da suo padre, ha scelto di occuparsi dell’Rna quando tutto il mondo scientifico guardava al Dna, e da quella scelta periferica è nata la rivoluzione Crispr, la forbice molecolare che può rimuovere o sostituire porzioni di Dna. Oggi questa tecnologia non serve solo a correggere geni malati: punta a riscrivere il metabolismo dei bovini per ridurre le emissioni di metano. Una seconda vita inaspettata, che dice molto su come funziona davvero la scienza.

Il primo farmaco Crispr approvato dalla Fda è arrivato in meno di 12 anni dalla scoperta. Si aspettava una simile velocità?

No, sono sinceramente sorpresa. È straordinario: il farmaco approvato usa esattamente la stessa proteina enzimatica su cui io ed Emmanuelle Charpentier stavamo lavorando anni fa. Un esempio perfetto di come la scienza più fondamentale possa trasformarsi in qualcosa di applicato quando c’è l’intuizione giusta e la determinazione per svilupparla. Ovviamente non è bastata la scienza: ci sono voluti accademici, aziende, investitori, pazienti disposti a partecipare ai trial clinici, medici coraggiosi e regolatori aperti. Tutti insieme. Questo mi rende molto ottimista sul futuro. Detto ciò, la terapia è ancora costosa e richiede di estrarre cellule dal paziente, modificarle in laboratorio e reinfonderle. Non è semplice né accessibile a tutti.

Il passo successivo è la terapia in vivo, modificare il Dna direttamente dentro il corpo. Quanto siamo lontani?

L’Igi ha già generato 31 aziende per un valore di circa 9 miliardi di dollari. Alcune, come Azalea o Scribe Therapeutics, stanno lavorando esattamente su questo: cellule antitumorali che si formano nel paziente da una singola infusione, o terapie per le malattie cardiovascolari. La capacità di somministrare Crispr in vivo è assolutamente la chiave per espandere il suo uso ben oltre le malattie rare. Esistono già terapie che modificano le cellule del fegato tramite iniezione, perché il fegato è naturalmente raggiungibile dal circolo. Nei prossimi anni vedremo progressi reali anche in campo neurologico – Parkinson, Alzheimer – anche se raggiungere il cervello resta una sfida enorme. Parliamo di alcuni anni, forse non moltissimi.

Il suo laboratorio sta lavorando anche sull’editing del microbioma bovino per ridurre le emissioni di metano. Sembra una seconda vita per Crispr

È partito circa cinque anni fa, intorno al 2021. Alcuni scienziati dell’UC Davis avevano osservato che cambiare la dieta dei bovini alterava il microbioma intestinale e riduceva la produzione di metano. Il problema è che una dieta speciale ha costi insostenibili per la maggior parte degli allevatori. Allora abbiamo pensato: e se usassimo Crispr per modificare geneticamente i batteri nell’intestino dei bovini, una volta sola, in modo permanente? Non è il mio laboratorio a farlo direttamente, è un team dell’Igi. Abbiamo appena fatto nascere 24 vitelli che stiamo trattando con Crispr, monitorando le loro emissioni di metano nel tempo. Siamo fiduciosi. Il cambiamento climatico richiede soluzioni concrete, e questa potrebbe essere una.

Sull’intelligenza artificiale: ottimista o cauta?

Entrambe le cose. L’AI accelera enormemente il lavoro tecnico: analisi di grandi dataset, scrittura di report, stesura di codice. I miei studenti a Berkeley sono entusiasti, e risparmiano moltissimo tempo. Ma la biologia è straordinariamente complicata, più faccio ricerca, più me ne rendo conto. Non credo che l’AI porterà idee davvero innovative, almeno non nel prossimo futuro, perché per farlo avrebbe bisogno di dati estremamente precisi e affidabili che ancora non esistono in quantità sufficiente. L’intuizione umana resta insostituibile. Quello che mi aspetto è che l’AI liberi tempo agli scienziati per concentrarsi sulle domande che contano.

Negli Usa i tagli ai fondi Nih stanno preoccupando la comunità scientifica. C’è rischio di fuga di cervelli?

Siamo in un momento molto delicato. C’è una fazione che non riconosce il valore del finanziamento pubblico alla ricerca, e questo mi sembra in parte un fallimento nostro – degli scienziati – nel comunicare l’importanza del lavoro che facciamo. Per ogni dollaro investito dal Nih, l’economia americana genera 2,5 dollari di ritorno: aziende create, vaccini sviluppati, malattie un tempo incurabili che oggi si trattano. Vedo alcuni studenti mettere in discussione il loro futuro negli Stati Uniti, ma molti altri restano, convinti di poter far parte di un cambiamento positivo. Io sono ottimista di natura, e dico sempre ai miei studenti: ogni sfida nasconde un’opportunità.

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