“Or la squilla dà segno / della festa che viene”. Musicultura resta, anche nel 2026, una delle poche traduzioni italiane possibili di quella parola – festival – che prima ancora di indicare un cartellone indica una festa, un’assemblea, una comunità provvisoria. Non un palco da guardare soltanto, ma una città da attraversare. Non una rassegna frontale, con artisti, applausi e pubblico in ordine gerarchico, ma un ecosistema: lo Sferisterio di Macerata, i cortili, le piazze, i palazzi, le voci che si incontrano prima e dopo le canzoni.

Lo Sferisterio

È qui che la canzone d’autore e popolare italiana mostra la sua natura più profonda, quella di un patrimonio culturale immateriale in atto, fatto di lingua, dialetti, memoria, comunità, oralità, racconto civile, invenzione poetica. Perché la nostra canzone, una forma espressiva capace di tenere insieme generazioni, territori, migrazioni interne, educazione sentimentale e coscienza collettiva, non dovrebbe meritare un percorso di candidatura alla Lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale? In ogni caso, oggi, si dovrebbe partire da qui.

Gli otto vincitori Musicultura, giunta alla XXXVII edizione, è forse uno dei luoghi in cui questa evidenza si vede meglio. Da una parte l’archivio, la storia, i nomi che il festival ha intercettato quando erano ancora promesse; dall’altra il presente, fragile e necessario, degli otto vincitori che arrivano allo Sferisterio non come “nuove proposte” decorative, ma come il centro stesso del rito.

Gli otto vincitori del 2026 sono Claudio Covato con Chiddu ca ma resta, DDUMA con Fimmine de guerra, Giovanni Toscano con Emma, Giulia Trovò con Se non dovessi più tornare, Isabella Privitera con Eya, MEZZANERA con Piume, Narratore Urbano con Il mio coinquilino vuole uccidermi, Rosita Brucoli con Agente!.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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