
Nell’Artico le azioni di rilevamento di diversi paesi hanno implicazioni dirette in termini di sovranità
Le grandi potenze a caccia dei preziosi noduli polimetallici sono già in prima linea sul fronte delle estrazioni minerarie in acque profonde, ma il fondo degli oceani resta per noi umani ancora un territorio sconosciuto. Sembra una battuta dire che conosciamo meglio il suolo di Marte, ma è vero: sonde robotiche hanno fotografato l’intera superficie del pianeta rosso con una risoluzione sufficiente a seguire le modifiche delle singole dune di sabbia da una stagione all’altra, mentre meno di un terzo dei fondali oceanici mondiali è stato mappato secondo standard moderni.
Nell’ultimo decennio, il progetto Seabed 2030 ha portato la mappatura batimetrica globale dal 6% al 28,7%, ma il dato complessivo può essere fuorviante in entrambi i sensi. Sottostima i progressi compiuti nelle aree a intenso traffico: il Nord Atlantico, il Mediterraneo e le acque costiere delle nazioni marittime più ricche sono ormai ampiamente mappati. Sovrastima, invece, il quadro globale. Il 71% ancora non mappato, infatti, è costituito da aree estremamente profonde, remote e di difficile accesso. Resta quindi altamente improbabile che sia centrato l’obiettivo iniziale di completare la mappatura entro il 2030, malgrado l’accelerazione dei progressi.
Questa accelerazione è il risultato di diversi sviluppi recenti. La tecnologia sonar multibeam è migliorata e ha trovato una diffusione più capillare, venendo impiegata anche su navi non dedicate specificamente alla mappatura dei fondali – come navi commerciali, traghetti e imbarcazioni da ricerca – che ora possono fornire dati in modalità passiva durante la navigazione. Oltre 185 organizzazioni provenienti da più di 40 Paesi hanno contribuito alla griglia globale Gebco (General Bathymetric Chart of the Oceans), che costituisce la base per i risultati del progetto Seabed 2030. Inoltre il machine learning trova sempre più spazio nell’elaborazione dei dati, consentendo di estrarre più rapidamente informazioni sulla profondità dai segnali sonar grezzi e di colmare in modo più sofisticato le lacune tra le diverse linee di rilevamento.
Il risultato è un tasso di copertura che, ad oggi, si è attestato su diversi milioni di chilometri quadrati all’anno. Resta il fatto che le pianure abissali del Pacifico meridionale, i bacini profondi dell’Oceano Indiano e le acque polari coperte dai ghiacci stagionali rappresentano ambienti di rilevamento molto complessi sul piano logistico, soprattutto per un progetto pubblico, finanziato principalmente da associazioni filantropiche, a partire dalla Nippon Foundation, che l’ha lanciato.
Proprio in queste aree particolarmente difficili si stanno muovendo i governi più conflittuali, a partire da cinesi e russi. La mappatura dei fondali marini, infatti, non è politicamente neutrale. Ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul mare, i diritti di uno Stato costiero sulla piattaforma continentale possono estendersi oltre la zona economica esclusiva standard di 200 miglia nautiche, qualora lo Stato sia in grado di dimostrare che la piattaforma prosegue oltre tale limite. I dati batimetrici e le indagini geologiche rivestono un ruolo fondamentale in queste istanze.
Nell’Artico, dove il clima nuovo sta rendendo navigabili acque un tempo inaccessibili e dove permangono rivendicazioni territoriali sovrapposte da parte di Russia, Canada, Danimarca (tramite la Groenlandia), Norvegia e Stati Uniti, la mappatura dei fondali comporta dirette implicazioni in termini di sovranità. La Russia ha avanzato ampie rivendicazioni sulla piattaforma continentale artica e ha condotto significative attività di rilevamento a loro sostegno. L’attività scientifica di mappatura degli oceani e le contese geopolitiche procedono di pari passo, anche in relazione alle esplorazioni cinesi. La Cina sta portando avanti, secondo un’approfondita inchiesta della Roeuters, una vasta operazione di mappatura e monitoraggio negli oceani Pacifico, Indiano e Artico, che secondo gli esperti navali sono fondamentali per condurre una guerra sottomarina contro gli Stati Uniti e i loro alleati.
Secondo i dati di tracciamento navale esaminati da Reuters, la Dong Fang Hong 3 – una nave da ricerca gestita dalla Ocean University of China – ha trascorso il 2024 e il 2025 navigando avanti e indietro nelle acque vicine a Taiwan e alla roccaforte statunitense di Guam, nonché in aree strategiche dell’Oceano Indiano. Nell’ottobre 2024 l’imbarcazione ha effettuato controlli su una serie di potenti sensori oceanici cinesi – capaci di individuare oggetti sottomarini – al largo del Giappone, per poi tornare nella stessa zona nel maggio successivo. Inoltre, nel marzo 2025, ha percorso in lungo e in largo le acque tra lo Sri Lanka e l’Indonesia, coprendo le rotte di accesso allo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia navale di importanza cruciale per il commercio globale.
Elena Comelli
@elencomelli
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