
Nuovi massimi storici per il Dax di Francoforte e lo Stoxx 600, mentre il Ftse Mib resta di un soffio sotto i livelli di metà giugno. Ma i rendimenti dei titoli di stato non scendono più e non si fidano delle Banche centrali
I mercati azionari hanno girato la boa di metà anno seguendo lo stesso ritmo con cui si sono mossi finora in questo 2026, soprattutto nel secondo trimestre record, e inanellato una nuova settimana di rialzi. A spingerli una serie di elementi che per il momento fanno convergere le scelte degli investitori verso un’unica direzione: da una parte, la fiducia nelle trattative per raggiungere un accordo in Medio Oriente, che influisce per ora sui prezzi del petrolio e sulle scelte delle banche centrali per contrastare l’inflazione; dall’altra, la rincorsa ai titoli tecnologici, pur con qualche colpo a vuoto di tanto in tanto, e l’attesa per una nuova stagione di utili trimestrali dai toni brillanti.
Le tendenze fin qui delineate si estendono anche all’Europa, che ha marciato ieri da sola in una seduta di chiusura per Wall Street, impegnata a festeggiare i 250 anni dell’indipendenza degli Stati Uniti. A piazza Affari l’indice Ftse Mib ha guadagnato un ulteriore 0,75%, facendo così lievitare al 3% il bilancio positivo settimanale e tornando a sfiorare i massimi storici raggiunti a metà giugno. Un primato assoluto che il Dax di Francoforte ha invece aggiornato grazie a un nuovo progresso dello 0,85%, seguito dall’indice paneuropeo Stoxx 600 (+0,69% sempre venerdì).
Il Vecchio Continente sembra tutto sommato continuare a brillare di luce riflessa e al di là di temi specifici – quale il consolidamento all’interno del sistema bancario, che proprio ieri ha visto il termine del periodo supplementare di adesione all’offerta lanciata da UniCredit (+0,10% il titolo venerdì) su Commerzbank (-0,45%) – viaggia lungo binari di movimenti su scala globale, e preferibilmente in terra Usa. Il più rilevante, almeno nelle settimane più recenti, riguarda la riconsiderazione delle aspettative sulle mosse della Federal Reserve, dopo l’ingresso del nuovo presidente Kevin Warsh, il raffreddamento dei prezzi delle materie prime energetiche e da ultimo l’andamento macro della prima economia mondiale.
Il rapporto sul mercato del lavoro statunitense a giugno, anticipato a giovedì proprio per far spazio all’Independence Day sembra sotto questo aspetto aver accontentato tutti. L’economista di Pimco, Tiffany Wilding, lo ha non a caso definito «goldilocks» nel complesso, sia per la Federal Reserve sia per i mercati, poiché «consentirà di disporre di più tempo per valutare la situazione man mano che saranno disponibili ulteriori dati e dovrebbe inoltre attenuare in parte le aspettative del mercato riguardo a imminenti aumenti dei tassi».
Qua in effetti si cela un altro aspetto rilevante della situazione, perché in fin dei conti nel mondo obbligazionario non si è festeggiato poi tanto. Quando si considerano i rendimenti dei titoli di Stato a stelle e strisce si è anzi notato negli ultimi giorni un aumento rispetto alle scadenze brevi (4,14% per il 2 anni) e ancora più marcato nei confronti di quelle a lunga (il Treasury decennale si è riportato in prossimità del 4,50%). In sostanza, le attese degli investitori faticano ad adeguarsi al nuovo scenario e questo, secondo alcuni, finisce per aprire nuove opportunità.
«Riteniamo che la Fed manterrà i tassi invariati nel breve termine e vediamo margini affinché i mercati ridimensionino le proprie aspettative riguardo a un inasprimento della politica monetaria da parte della Fed» spiega per esempio Mark Haefele, responsabile degli investimenti di Ubs Global Wealth Management, che considera per questo «gli attuali rendimenti elevati come un’opportunità per gli investitori di assicurarsi un reddito duraturo per il proprio portafoglio».
Anche l’Europa appare in tal caso navigare ugualmente a vista. Se è vero che dati sull’inflazione più favorevoli in Germania e Francia avevano sostenuto a inizio settimana i titoli di Stato, mentre al tempo stesso Christine Lagarde, intervenendo al forum di Sintra, aveva ridimensionato il rischio di due rialzi consecutivi dei tassi in occasione della riunione della Bce di luglio, nel complesso i rendimenti sono cresciuti: fino al 2,93% quello del Bund decennale e al 3,71% il BTp. «Con i prezzi del gas naturale ancora superiori del 40% rispetto ai livelli precedenti allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, la necessità per i Paesi europei di ricostituire le scorte in vista dell’inverno potrebbe rallentare il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo nei prossimi mesi» ammette Mark Dowding, responsabile degli investimenti sul reddito fissom di Rbc BlueBay, che vede pertanto per l’Eurotower un nuovo rialzo dei tassi a settembre e un orientamento restrittivo fino al termine del 2026. Due universi destinati evidentemente a non convergere, quelli delle azioni e dei bond.
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