
Da Ravenna a Lecce sempre più territori siglano protocolli con le società di sorveglianza. All’esame del Senato la riforma della polizia locale apre il dibattito sul riconoscimento del presidio
Dai controlli notturni ai presidi sussidiari fuori da ospedali, centri commerciali e comandi di Polizia: i servizi di vigilanza privata stanno diventando una presenza fissa nei luoghi di maggiore affluenza, spesso protagonisti degli episodi di cronaca. Il fatto è che le forze municipali non riescono, da sole, a controllare tutte le zone cittadine: in parte per la carenza di organico delle questure, in parte per l’aumento dei compiti, che spaziano dalla gestione della movida ai controlli sul degrado urbano, fino alla videosorveglianza e al presidio dei grandi eventi. «Abbiamo una carenza di 11.400 operatori, ma allo stesso tempo assistiamo anche a una recrudescenza della violenza in strada – spiega Antonio Ragonesi, responsabile area Sicurezza e legalità di Anci –. Abbiamo la necessità di collaborare e anche di rafforzare il rapporto pubblico-privato».
Tant’è che non di rado sono gli stessi enti locali a incentivare i commercianti a dotarsidi telecamere e operatori di sicurezza, perché la presenza di vigilantes e di sistemi di videosorveglianza aiuta a mitigare gli episodi di furti e violenze. «L’apporto dei privati è fondamentale – prosegue Ragonesi –. Per esempio, se ho una strada con dei negozi che hanno le proprie telecamere, posso evitare di installarne altrettante collegando quelle esistenti al sistema pubblico».
Si tratta di forme di collaborazione pubblico-privata che esistono da tempo (e che talvolta hanno contribuito a un ribasso dei salari): già nel 2010 il ministero dell’Interno aveva promosso il protocollo «Mille Occhi sulla Città», per disciplinare le segnalazioni di situazioni di rischio o degrado rilevate durante i servizi di pattugliamento fatti dai privati. La legge Minniti del 2017 ha poi ampliato il concetto introducendo la sicurezza urbana integrata e i Patti tra prefetture e Comuni. Non sempre però il risultato è stato quello sperato: «Le regole del Garante della Privacy sono poco chiare – dice Ragonesi –, servirebbero linee guida operative. I commercianti hanno paura di essere sanzionati perché magari la telecamera è storta, o per la responsabilità di chi detiene i dati».
In ogni caso, gli esempi sul territorio di collaborazione con i servizi di vigilanza (talvolta anche su istanza delle stesse prefetture) non mancano. L’Associazione nazionale degli istituti di vigilanza privata (Anivp) ha provato a monitorare i protocolli dei Comuni: Ravenna, per esempio, ha firmato lo scorso 30 Aprile, in previsione della stagione estiva, un progetto sperimentale di due anni siglato da Polizia locale e Cooperativa Spiagge di Ravenna, per garantire vivibilità e sicurezza notturna dei lidi romagnoli. Lecce aveva già fatto un’azione simile l’anno scorso, con un protocollo d’intesa tra pubblico e privato che prevedeva, oltre all’installazione di sistemi di videosorveglianza finanziati dalla Regione Puglia, dei servizi di vigilanza coordinati. Anche Forte dei Marmi ha previsto tre pattuglie di guardie giurate a presidio delle aree più sensibili della città durante la notte, mentre Genova ha ampliato il perimetro, coinvolgendo gestori delle discoteche, Asl e operatori della vigilanza privata nell’intesa «Divertiamoci in sicurezza». Infine a Lucca il progetto «Notti sicure» ha previsto due operatori della vigilanza privata a supporto della Polizia municipale durante le ore serali.
L’appalto dei servizi sussidiari di sicurezza è ormai strutturale, anche da parte delle Regioni. «Mi viene da menzionare la Regione Friuli-Venezia Giulia che prevede espressamente con una norma la possibilità per gli enti locali di avvalersi della vigilanza privata, nel rispetto e nelle modalità previste dall’attuale normativa – sottolinea Giulio Gravina, vice presidente dell’Anivp –. Sarebbe opportuno che l’esperienza del Friuli-Venezia Giulia venisse assorbita nel nuovo impianto di riforma della polizia locale».
L’aumento della domanda di servizi di vigilanza privata si accompagna, come anticipato, a un comparto che da anni denuncia margini ridotti e difficoltà nel reperire personale. I servizi vengono affidati dai Comuni attraverso le procedure previste dal Codice dei contratti pubblici e possono essere svolti solo da istituti autorizzati ai sensi del Tulps. Negli ultimi anni, però, il settore è stato caratterizzato da una forte competizione nelle gare d’appalto. Secondo le organizzazioni sindacali, la pressione sul prezzo per aggiudicarsi le commesse ha finito per comprimere il costo del lavoro, con ripercussioni sulle retribuzioni e sulle condizioni occupazionali delle guardie giurate. Un tema tornato al centro del confronto per il rinnovo del contratto collettivo nazionale della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, che interessa quasi 100mila addetti.
Il ddl delega, approvato alla Camera e ora in discussione al Senato, punta a riscrivere l’ordinamento della polizia locale, rimasto fermo al 1986. Tra le proposte di emendamento presentate da Anivp, c’è anche la possibilità di riconoscere in modo più esplicito il ricorso agli istituti di vigilanza privata per esigenze di sicurezza urbana, consentendo agli enti locali di avvalersene nell’ambito dei propri piani di presidio del territorio. «Altro intervento opportuno – prosegue Gravina – sarebbe l’estensione dei fondi per la sicurezza urbana anche al finanziamento dei servizi di vigilanza privata e quindi non solo per l’approvvigionamento dei sistemi di videosorveglianza. In questo modo si darebbe agli enti locali una possibilità in più per sviluppare al meglio i propri piani di sicurezza».
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